“Voi siete nati negli anni Venti e noi negli anni quaranta… “

“Voi siete nati negli anni Venti e noi negli anni quaranta… “

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I racconti del dopoguerra.

Quinto episodio. Il promotore di questa rubrica è un ottuagenario alle prime armi come scrittore. Come tanti suoi coetanei. Ma con un’idea di fondo che pone all’attenzione di tutti… in attesa anche dei vostri racconti, delle vostre testimonianze (che ora cominciano ad arrivare).

Mi chiamo Biagio Riva e ho ottant’anni suonati, ed è forse troppo tardi per iniziare la carriera di scrittore…  Sicuramente, però, sono in possesso dell’età giusta per ricordare e per documentare l’Italia che rinasce nel dopoguerra, per offrire qualche testimonianza, qualche piccolo racconto. Si tratta di episodi accaduti realmente, magari un po’ deformati, un po’ trasfigurati o mascherati tanto per non incorrere in spiacevoli riconoscimenti. Tutti fatti, però, che puntano – nelle mie intenzioni – a dimostrare qualcosa di preciso, e cioè che l’Italia nel dopoguerra riparte, ricomincia, riproponendo se stessa, pur all’interno di una cornice totalmente nuova. Alla fine della guerra e della dittatura fascista, una vera democrazia si trova ad ospitare la vecchia Italia… di sempre; un’Italia dalla dubbia onestà, e patria – ad esempio – della raccomandazione di massa, ma soprattutto marchiata da un efficiente opportunismo, assai diffuso, costruito pazientemente lungo secoli e secoli, e ben certificato dall’antico proverbio… “Franza o Spagna purché se magna!”. Ora ai miei ricordi si aggiungono quelli di altri lettori che hanno vissuto di straforo gli anni del dopoguerra.

Il racconto – sotto forma di riflessione – che ci è pervenuto parla di quel periodo, a partire dalle vicende riminesi; ma è anche una lettera che si rivolge a chi è nato prima, negli anni Venti, la generazione precedente, e che ora ha novanta e più anni! Un racconto, una lettera, che testimoniano come siano tanti, sempre di più, i novantenni che ci accompagnano, con la loro lucidità ed esperienza, nella rivisitazione di un passato che ancora incombe su di noi, nel bene e nel male.

I settantenni scrivono ai novantenni sui misteri del dopoguerra riminese

Carissimi,

intanto complimenti! i vostri anni li indossate molto bene. Avete, inoltre, indistintamente, il rispetto e la stima della nostra generazione, quella che fortunatamente non ha conosciuto il fascismo né la tragedia della guerra, e neppure, completamente, i tormenti del dopoguerra. A voi dobbiamo, oltre all’impegno nella ricostruzione, il racconto di quegli anni.  Gli Alleati liberarono Rimini nel Settembre del 1944: una delle città più distrutte dalla guerra, in Italia. Erano stati loro – gli Alleati – a bombardarla, considerandola un nodo strategico importantissimo, indispensabile da attaccare per sconfiggere gli eserciti di Hitler e, quelli più piccoli, di Mussolini.
Una volta liberata fu restituita – alla città e alla nazione – non solo l’indipendenza ma anche il regime democratico. Eravamo pronti ad assumerci delle responsabilità così grandi? Eravamo all’altezza del compito richiesto, cioè quello di ridisegnare il volto e l’assetto della città, con un moderno Piano Regolatore?  Ci voleva, in quei frangenti, quella dote chiamata lungimiranza, che include coraggio ed intelligenza. Il popolo riminese si buttò a lavorare a testa bassa; dalle campagne tantissime famiglie di contadini scesero verso la costa, attratti dal rinascente e fiorente turismo e dal lavoro diffusissimo nell’edilizia. Fu veramente un’epopea!

Rimboccarsi le maniche fu più facile che dotarsi di un progetto e di una programmazione validi per decenni e decenni: si fece a meno di un Piano Regolatore (il primo Piano vide la luce dopo vent’anni, nel 1965!), dopo aver rinnegato quello firmato dall’Ing. Alessandroni. Quest’ultimo era un Piano sponsorizzato, o meglio benedetto, dagli Alleati, rappresentati in questa vicenda dal Tenente Peter Natale. Quel progetto prevedeva una marina moderna, avveniristica, lo spostamento a monte della ferrovia (miracolo!), ampi viali, quartieri residenziali, produttivi e direzionali… Non se ne fece niente, a dimostrazione ulteriore che la lungimiranza non è una dote umana, né tanto meno riminese…

Ma la città delle vacanze, sorta quasi spontaneamente, alla buona, ma con tanti sacrifici, giunse nel giro di pochi anni a conquistare il titolo di “capitale europea del turismo”!

Avevamo, molto pragmaticamente, a testa bassa, offerto quello che ci voleva in quel momento di crescita improvvisa: tanti posti letto, in riva al mare, a prezzi contenuti, raggiungibili facilmente, in moltissimi piccoli alloggi gestiti da gente sorprendentemente simpatica… La storia però, purtroppo, si ripete. Senza farcelo sapere. In tutti i tempi si rischia di vedere le cose non oltre la punta del proprio naso. Per averne un esempio, basta riflettere su quello che dopo, molto dopo, tutti noi abbiamo quasi tollerato: lo sballo notturno, le stragi di giovani sulle strade… Correndo, poi, ai ripari, nei limiti delle nostre possibilità.

Siamo stati lungimiranti noi settantenni?

Di più, o di meno, di quei nostri concittadini che oggi hanno superato la soglia dei novant’anni e che, ieri, furono chiamati improvvisamente a ideare e riprogettare la città?

Carissimi,

voi siete nati negli anni Venti e noi negli anni Quaranta, perciò abbiamo solo intravvisto (se si può dire così) quello che per voi è stata grande sofferenza, dolore e odio. E quasi come figli – anagraficamente sarebbe più che possibile – avremmo desiderato vedervi finalmente riconciliati fra di voi, serenamente riappacificati. Cosa si può augurare ai genitori, se non la salute e la serenità? La prima, grazie al cielo, non vi manca. Siete delle robustissime querce. Mentre al posto della seconda, in ognuno di voi, c’è stato e in parte c’è ancora un cumulo di rancori e recriminazioni. Le accuse che vi rivolgete, più o meno palesemente, sono sempre le stesse: “lui era fascista, l’altro è entrato nella Repubblica Sociale, lui faceva il partigiano ma poco prima vestiva la camicia nera, tizio si iscrisse a quel partito di governo per far carriera, caio era una spia…”

Spetta anche noi – gente preservata dalle cose peggiori – evitare per il futuro scenari del genere.

 

Tiberio Dal Ponte

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