Viale Vespucci oggi e cinquant’anni fa

Viale Vespucci oggi e cinquant’anni fa

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Un turista di ritorno – dopo molti decenni – ci racconta il fascino discreto di stagioni passate.

Quando sentono il mio cognome – Zattoni – mi scambiano subito per un romagnolo purosangue. In realtà sono nato in Lombardia, dove vivo, da una famiglia tipicamente milanese; ed ora, dopo 50 anni, sono tornato a Rimini, proprio per Ferragosto. Giovannino, che ho conosciuto casualmente, mi ha pregato di scrivere le mie impressioni: per spiegare soprattutto in cosa è cambiata la città. Ed è proprio nella mattinata di Ferragosto ho voluto fare come una sorta di sopralluogo in quella zona di Marina Centro, che allora mi aveva particolarmente abbagliato (e mica esagero…). Parlo di Viale Vespucci, visto che allora alloggiavo in una “pensione” dalle parti del vicino Viale Trieste. Ma permettetemi di parlare, innanzitutto, di quelle stagioni favolose, piene di primati, con la città presa da assalto da ospiti stranieri e da clienti italiani.

Il clima era festoso e prestigioso. Sì, prestigioso. Chi non ha vissuto Viale Vespucci, in quelle estati – targate anni ’60 – non sa come una strada possa trasformarsi magicamente in una sorta di grande palcoscenico: dal Caffè-concerto “Sombrero” (dove poi, mi dicono, sorse il “Caffè delle Rose) al “Mocambo” di Piazza Tripoli, dalle arene cinematografiche ai dancing che hanno fatto la storia del tempo libero in Italia, a partire dal mitico “Embassy”.

Lì, su quel viale, si consumava un ‘rito’ scintillante quanto difficile da definire, molto cosmopolita: la passeggiata terminava con l’ultimo locale, appunto il “Sombrero”, un caffè-concerto tra i più prestigiosi, frequentato da una borghesia – soprattutto nazionale – che sfoggiava abiti luccicanti ed una compostezza ammirabile; oltre la siepe, sul marciapiede, c’era ogni sera una piccola folla di curiosi che, gelato alla mano, assisteva (gratuitamente) agli spettacoli del locale: ammirava gli artisti ma, forse, ancor di più, i mitici avventori del “Sombrero”. Ma il locale più centrale, più in, era l’Embassy : un night club esclusivo, tipo la Bussola di quei tempi, dominante in Versilia. Vi entravi solo se eri vestito bene… e se avevi i soldi per l’ingresso. Sì c’era il boom, ma i soldi in tasca di noi ragazzi erano pochi; ma per aggirare quell’ostacolo a me si presentò l’occasione giusta: nella “pensione” dov’ero ospite conobbi un giovane barman dell’Embassy, amico di uno dei figli del gestore; diventammo presto tutti amici, con il risultato che all’Embassy sarei potuto entrare e consumare gratuitamente; me lo garantiva quel giovane, alto, elegante, dal portamento signorile, ad immagine e somiglianza del locale in cui lavorava stagionalmente (perché la Rimini di quei tempi esisteva solo d’estate). Sì, a quel punto avevo una carta formidabile da giocare per conquistare la simpatia e l’amicizia di una giovane ospite della Riviera (scusate, ma a Rimini per che cosa ci si veniva?). Detto e fatto. Chi accettò l’invito fu una giovane e bella ragazza indiana, che quando scese le scale dell’albergo, per avviarsi insieme a me nel vicino locale, apparve in tutto il suo splendore: magnifica come una principessa del suo paese, con la caratteristica decorazione al centro della fronte, di colore rosso, ancor più in evidenza. Il nostro ingresso nel night ricevette una buona accoglienza: eravamo all’altezza della situazione, ospiti graditi. E il tavolino che ci avevano riservato era a bordo della pista da ballo, proprio di fronte al palco dell’orchestra. La serata era appena iniziata, quando accanto al nostro tavolino apparve una figura inedita per quei tempi, anch’essa elegante (faceva parte del locale?), che offrì molto gentilmente una rosa (ma forse più di una) alla mia compagna. Lei ringraziò assai soddisfatta; mentre lui, rivolgendosi a me con un sorriso, disse qualcosa che non mi sarei mai aspettato: accennò ad una cifra eccessiva superiore (o quasi) a quanto io avessi in tasca. La situazione era delicata, per giunta mi sembrava di avere tutti gli occhi del locale addosso, compresi, laggiù, quelli del giovane ed elegante barman. Ero caduto in una trappola, avevo pensato ad un gesto galante compreso in quell’ospitalità che fino ad allora ci era stata generosamente accordata ; ma forse il tutto era dovuto all’inesperienza (chi aveva mai visto un personaggio del genere?) e a soldi contati che avevo in tasca (la tensione, tra l’altro, mi impedì di optare per una trattativa che avesse ridotto il costo dell’operazione, che d’altronde in quel momento avrei ritenuto fuori posto): e così immediatamente presi le rose dal tavole e le restituì al personaggio che in quel momento rappresentava improvvisamente, a miei occhi, l’altezzosità, la superiorità, l’alterigia di un night d’alto bordo… un ambiente che aveva gettato improvvisamente la maschera e che mi riconduceva, in un sol colpo, al ruolo di un ragazzo che aveva fatto il passo più lungo della gamba.

La serata, come potete ben immaginare, andò storta. Sulla pista da ballo mi sembrò, pure, di aver dimenticato anche quei pochi passi di danza che pensavo di conoscere bene. Non mi rimase che accompagnare, neanche tardi, la ”principessa” in albergo. Tutto finì lì. Ebbi però la fortuna di rifarmi, nei giorni successivi, cambiando decisamente “stile di vita”. Con facilità riuscii ad inserirmi in una compagnia di ragazze e ragazzi bresciani e bergamaschi: passavamo pomeriggio e sera nei bar di spiaggia, davanti al juke box, ad ascoltare musica e ballare; e i soldi per quell’apparecchio automatico a gettoni erano il frutto di una simpatica e continua colletta fra di noi, maschi e femmine indistintamente. A Rimini c’è stato sempre posto per tutti.

E Viale Vespucci oggi? L’ho appunto attraversato nella mattinata di Ferragosto, con un caldo da grandi occasioni, rimanendo entusiasta (quasi commosso) nel ritrovare l’atmosfera di un tempo: eleganti caffè e ristoranti, e boutique, che “invadevano” pacificamente gli ampi marciapiedi, sotto l’ombra di pini secolari, con tanto di pubblico che passeggiava adagio… consapevole di attraversare un luogo già entrato nella storia.

Piero Zattoni

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