Una Romagna da visitare e da meditare. Con l’aiuto del Pascoli.

Una Romagna da visitare e da meditare. Con l’aiuto del Pascoli.

Una Romagna da visitare e da meditare, a partire dal suo personaggio più grande: Giovanni Pascoli. Ed è a partire dalla sua esistenza che si riesce a comprendere meglio l’anima di questa terra. Intanto, diciamolo subito, è un grossolano errore considerare la vita

di Giovanni Pascoli – come è avvenuto per tanti decenni – alla stregua di un’esistenza grigia e banale, quasi fosse stata simile a quella di un sedentario impiegato del catasto che a tempo perso componeva versi. La sua grandissima poesia – il Pascoli fu maestro anche di un nuovo linguaggio – è lo specchio di una vicenda umana ricca e complessa, e non solo dal punto di vista affettivo.

L’assassinio del padre, avvenuto nel 1867 nella fosca Romagna di quel periodo, annulla e cancella di fatto la famiglia Pascoli: Giovanni tenterà disperatamente di tenerla unita, di ricostruirla.

Il poeta, poi, attraverserà solitario i sentieri del socialismo anarchico-rivoluzionario (in un percorso generoso quanto pieno di pericoli) e dello sbandamento estremistico e giovanile.

Visse, studiò ed insegnò in molte città italiane: da Rimini a Matera, da Bologna a Massa, da Messina a Pisa, da Livorno a Castelvecchio di Barga, nella Garfagnana lucchese…

Ebbe rapporti e contatti – ad altissimo livello – con l’ambiente culturale e politico del suo tempo (basterebbe ricordare Carducci, D’Annunzio, Andrea Costa…), fu docente universitario e collaborò a numerosi giornali socialisti dell’epoca.

La sua esistenza si conclude nel 1912, quasi alla vigilia della prima guerra mondiale: quando il movimento al quale apparteneva idealmente dovrà scegliere se aderire o meno a quell’immane conflitto bellico; il poeta, anticipando una scelta che alla fine sarà maggioritaria, decide – in una sorta di grande testamento pubblico – di glorificare l’impresa di Libia, ossia lo scontro con la Turchia: una premessa all’entrata in un guerra più grande, alla politica imperialista, a futuri regimi. E mentre il Pascoli, nel 1911, recita la sua grande orazione a favore della conquista della Libia, per dare una terra ai proletari italiani da sempre costretti all’emigrazione… a Forlì – sempre in Romagna! – Mussolini e Nenni organizzano uno sciopero generale, per boicottare quell’impresa…

Il Pascoli è al centro – e non ai margini! – delle contraddizioni più gravi della storia italiana. E non è assolutamente vero che in lui vi sia stata una sorta di rinuncia, progressiva, all’impegno politico. Per Pascoli si deve parlare di una vera conversione politica: da giovanissimo internazionalista-anarchico, che scrive poesie inneggianti alla violenza e al regicidio, passa ad una visione avanzatissima di socialismo umanitario e non-violento. Con sbandate nazionaliste? Ma se tutta la storia italiana, dal Risorgimento in poi, si svolgerà all’insegna della “religione della Patria”, cosa doveva fare e pensare un uomo di quei tempi?

Pascoli non si sottrasse alle cause più nobili della sua stagione, sfidandone tutte le contraddizioni.

Le difficoltà a vivere pienamente la vita non impedirono, quindi, al Pascoli di viverla intensamente e, soprattutto, di rappresentarla ai massimi livelli di poesia e umanità.

E il tutto lo si potrà ritrovare nel suo paese natale, San Mauro Pascoli. A partire dalla casa in qui nacque, ancora lì, intatta. Per finire a Villa Torlonia, alla Torre, epicentro dell’economia agricola ottocentesca, luogo grandioso e sinistro nella vita del poeta.

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