Rimini, per andare dalle parti di Barcellona, era passata da Las Vegas

Rimini, per andare dalle parti di Barcellona, era passata da Las Vegas

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Identità traballanti e modelli che invecchiano rapidamente

Fra i termini che vanno di moda di questi tempi ce n’è uno, la cui connotazione positiva è riconosciuta senza problemi da tutti, che si è imposto senza clamore, a differenza di altri che a primo acchito esprimono concetti amari e un tantino sinistri (vedi ad esempio populismo, sovranismo  e via di seguito).

Quello che invece si è imposto silenziosamente, senza polemiche, e fa sempre bella mostra di sé nei discorsi soprattutto dei politici, è il termine Identità. Lo sentite citare e ricordare un po’ da tutti: “identità da non perdere, da conservare a tutti i costi, identità da riscoprire ecc. ecc.”.

Si potrebbe anche dire che, forse, la lingua batte dove il dente duole, ovvero il pensiero va sempre a ciò che ci sta a cuore o ci preoccupa.

Lasciamo da parte il tema dell’identità personale per valutare quello che più correntemente si associa al nostro termine: l’identità di una comunità, di un paese, di una regione, di un popolo… finendo quasi sempre per cadere nella retorica, nei luoghi comuni, nel bla bla tipico degli amministratori di turno. Per capire come l’argomento sia ambiguo, basta pensare all’appiattimento prodotto dalla globalizzazione, e all’omologazione che non risparmia niente e tende a sminuire tutte le diversità, comprese certe caratteristiche originarie: di lingua, di architettura, per non parlare di musica, sport, religione, politica… Voi capite che se partiamo da queste ipotesi è difficile, dopo, riempirsi la bocca di una terminologia traballante.

Il discorso dell’identità va, poi, di pari passo con quello delle radici. E tutt’e due si prestano a tanti equivoci. Metti una città come Rimini, per fare un esempio a portata di mano, tanto mutevole dal dopoguerra ad oggi… quale identità dovrebbe difendere strenuamente?  Forse, a questo punto, sarebbe più corretto e onesto parlare di “valori”, facendo riferimento ad una Romagna popolare, ottocentesca e novecentesca, che sta svanendo a vista d’occhio.

Addirittura, negli anni ’80, quando si iniziò a parlare di “modelli”, Rimini veniva paragonata a Las Vegas, non senza un certo compiacimento: fatte le debite distinzioni – nel senso che noi eravamo un po’ meno trasgressivi – si parlava allora di un “distretto del piacere”, per rappresentare tutte quelle attività che comprendevano discoteche, balere, parchi tematici, teatri, cinema, festival, palestre, disco-bar, bar street e cantinette, ecc. ecc. 

Poi si passò, nel decennio successivo, a paragonarci al campione emergente di quegli anni: il Modello Barcellona! Cioè ad una città che aveva saputo “vendere bene” la sua rigenerazione urbana, legata ad alcuni eventi grandiosi (Giochi Olimpici 1992 ed Esposizioni Universali, ad esempio); incrementando la sua competitività turistica e culturale, attraendo forti investimenti (ma anche tanti giovani) dalla Spagna ma anche dal resto del mondo. 

Rimini non è rimasta a guardare: ha dato vita ad un suo “piano strategico” per ridisegnare la città dal punto di vista della mobilità, e del recupero e della rivalutazione di tutte le sue componenti culturali (a partire dal suo patrimonio storico).

Se le identità vacillano, non rimane che prenderne atto. E ripensare tutti assieme alle città del futuro, in un mondo che “appiattisce” ed uniforma… ma che non ha ancora capito come uscire da tutti i suoi guai.

Giuliano Ghirardelli

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