Quando il Turismo svuotò le Campagne

Quando il Turismo svuotò le Campagne

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I racconti del dopoguerra. Settimo episodio

Gli autori – che di volta in volta presentiamo – sono in possesso dell’età giusta per ricordare e per documentare l’Italia che rinasce nel dopoguerra, per offrire qualche testimonianza, qualche piccolo racconto. Si tratta di episodi accaduti realmente, magari un po’ deformati, un po’ trasfigurati o mascherati tanto per non incorrere in spiacevoli riconoscimenti. Fatti o storie, però, che puntano a dimostrare qualcosa di preciso.  Il racconto di Francesco Bianchi, un nostro amico scomparso recentemente e prematuramente, è frutto della sua esperienza di trattorista agricolo nelle campagne del riminese; di quelle campagne svuotate negli anni cinquanta e sessanta dal richiamo costituito dall’impetuoso sviluppo del turismo lungo la costa. Una piccola vicenda che chiarisce qualcosa anche a proposito della nostra ospitalità, della nostra cultura dell’ospitalità, di cui si parla tanto… Saggi, convegni, ricerche per stabilire qual è l’origine di questa decantata virtù! Tanti discorsi. A volte tanta retorica. Forse vale di più un breve racconto, come quello di Francesco Bianchi, per comprendere le radici della nostra storia, del nostro successo turistico.

 

Quattro pomodori in gratin

Quatri pimidor se pen grated

Qualche sera fa. Sorseggiando una birra al bar. Con alle spalle il mare e davanti la strada con tutto l’andirivieni di turisti e di residenti, che stavano godendosi la passeggiata serale. Al di sopra delle loro teste si profilava la sconfinata linea degli alberghi, lo sfavillar delle luci, i balconi fioriti e tanta allegria nel pur piccolo spazio a disposizione degli ospiti. All’improvviso… senza un preciso motivo, mi ritrovai a pensare ad un piccolo episodio accaduto nientemeno che trent’anni fa. Mi trovavo a San Lorenzo Monte, oltre Covignano. Stavo dissodando un terreno adibito a vigna: era ormai buio, e col fascio di luce dei fanali vidi Giuseppe, mio compagno di lavoro, che in mezzo alla carraia stava parlando con l’anziano contadino e con una ragazzina di circa dieci o dodici anni. Quando arrivai vicino a loro, Giuseppe fece un segno a me ben noto: con la mano aperta si colpiva la pancia da un lato. Capii che era ora di mangiare; mi fermai, scesi dal trattore e mi unii a loro. Il mio amico con grande soddisfazione disse: L’è oura ad greppia”. Guardai prima il contadino, male in arnese, poi la ragazzina… con una punta di scetticismo. “Non aspettatevi grandi cose” disse la quasi-bambina, mostrando due simpatiche fossette sulle guance. Nu bazila burdela, per nun e va ben tot “, la rincuorò il mio amico. Quando le dissi che saremmo andati uno alla volta, per non perdere molto tempo, la ragazzina mi guardò con un’espressione delusa, poi sulle sue guance affiorarono le due fossette: “No, fermatevi un po’, è meglio mangiare assieme”. Guardai il mio amico e con un cenno d’intesa decidemmo di fermare il trattore. “Allora fra dieci minuti venite su, che è pronto. Andema ba“. Padre e figlia si allontanarono, lui lentamente e lei con passo lesto scomparvero nel buio.

Guardai Giuseppe e grattandomi la testa gli dissi: “Sa vut che us magna sa un vec e una burdela? E pù um per che iabia poch a che fè sla pulizì”.

Nu dai tent pes, quel che un’astroza l’ingrasa”.

Quando arrivammo sotto il portico la ragazza era sull’uscio ad attenderci, e con la disinvoltura e la gentilezza di una persona adulta ci invitò ad entrare. Io ed il mio amico ci guardammo intorno stupiti e sbalorditi. Abbassai lo sguardo in terra e notai il pavimento di mattoni rossi, sconnessi e screpolati, ma sorprendentemente lucidi, tanto da fermarmi per paura di sporcare. Tutto intorno era pulito e l’aria profumava di fiori di campo. Il tavolo era ricoperto da una tovaglia fresca di bucato; i rispettivi tovaglioli allineati perfettamente con le posate di metallo. In mezzo al tavolo un boccale, di quelli che si comprano nelle feste parrocchiali o sagre campestri, era traboccante di fiori multicolori. La ragazza ci assegnò il posto con una grazia incredibile e noi ci sedemmo sbigottiti più che mai. In quel momento arrivò il contadino che nel frattempo si era cambiato per la cena. Ci rendemmo conto che questo cambiamento non era solo “ospitalità”, ma tutto faceva supporre che per loro, il pranzo e la cena, erano momenti importanti, quasi un rito. Le occhiate di approvazione, tra me e Giuseppe, non avevano pausa. Anche le sorprese non finivano mai. La ragazza portò sul tavolo una padella di pomodori col pane grattato (ora si dice ‘gratin’). “Spero vi piacciano”, poi sollevò un tovagliolo: “ho pensato di fare la piada”. Io ed il mio amico guardammo quella pila di piada, e lui mi anticipò Ta l’è fata te tota cla pieda?“ La ragazza sembrò aspettarsi quella domanda perché, drizzandosi sul busto, disse con orgoglio “la faccio tutte le sere”.

Poi senza dire altro riempì il bicchiere di suo padre e i nostri. Quella ragazzina non finiva mai di stupirci: mentre noi mangiavamo i pomodori ci portò dei sottaceti fatti in casa, che noi gustammo senza farci pregare tanto. Infine, fra una chiacchiera e l’altra, ci accorgemmo che non c’era rimasto più nulla. L’anziano contadino si alzò per andare a prendere una bottiglia del loro miglior vino e la ragazza ci mise davanti un enorme piatto di ciambella. “Col vino bianco è buona”. Non avevamo più dubbi sulle capacità di quella bambina grande. Gustato il vino e la ciambella facemmo i complimenti alla ragazza che a testa bassa e rossa in viso, ma sicuramente felice si limitò a dire “Grazie, avrei voluto fare di più”.

“Più di così? Avem magnè cumè i sgnur”. Commentò il mio amico. Il padre orgoglioso ci disse che aveva una vera predisposizione per la cucina, con poco riusciva a preparare piatti deliziosi, e che da grande avrebbe desiderato fare la cuoca in un albergo. La ragazza, sempre rossa in viso, rimproverò il padre dicendo che stava esagerando, ma noi tutti eravamo convinti di no. Quando ci salutammo, oltre i ringraziamenti, dissi alla ragazza che sarebbe diventata la cuoca più brava della Romagna. Mi ringraziò con un sorriso, e sfiorandole le due fossette le dissi “Con queste sarai anche la più bella”.

Non ebbi più occasione di rivedere quella piccola famiglia. Chissà se quella ragazzina ha realizzato il suo sogno, quella ragazzina che aveva dimostrato un grande senso di ospitalità? Io sono convinto di sì. Mi fa piacere pensare che quella piccola donna, ormai cresciuta, possa essere lì, in uno di quegli alberghi di fronte a me.

Francesco Bianchi

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