Quando Gramellini su La Stampa parla di noi

Quando Gramellini su La Stampa parla di noi

Su La Stampa del 22 agosto di quest’anno, nella sua prestigiosa rubrica di prima pagina, Massimo Gramellini irride le vacanze di certi italiani, abitudinari fino al punto di trascorrerle

dopo tanti anni sempre nello stesso posto: si rifà, precisamente, a dei signori di Pistoia e di Como che frequentano da quarantacinque anni lo stesso albergo, a tre stelle, di Rimini. Gramellini avrà letto, magari, la notizia sulle pagine de Il Resto del Carlino, dove spesso vengono riportati, con tanto di foto, quei piccoli festeggiamenti organizzati dagli albergatori per premiare gli ospiti che decenni dopo decenni continuano a trascorre le vacanze nelle loro strutture. Gramellini su questa storia, su queste storie, ci ricama sopra un ritratto in apparenza bonario ma in realtà perfido ed impietoso allo stesso tempo. Parte subito dicendo che l’albergatore in questione “… ha giustamente premiato la loro mancanza di inquietudine o di originalità…” Non ha detto poveri di spirito, ma poco ci manca. Poi prosegue “… I due mattacchioni frequentano lo stesso chilometro quadrato di Romagna fin dall’infanzia. Senza mai desiderarne altri. Senza mai farselo venire a noia. Può darsi che d’inverno conducano vite spericolate da cui trasgrediscono in estate con una resa totale all’abitudinarietà. Ma è più probabile che la costanza delle loro predilezioni estive sia il riflesso di uno stato d’animo esistenziale. Che il signor Marco e il signor Davide si alzino ogni giorno alla stessa ora e ogni giorno inzuppino nel caffelatte lo stesso numero di fette biscottate: possibilmente dispari. Che si rechino senza fretta, ma anche senza angoscia al lavoro e, sbrigate le incombenze mattutine con piglio affidabile, si concedano una pausa pranzo sempre allo stesso bar, dove naturalmente ordineranno ‘il solito’… “ Il racconto di questi uomini insignificanti prosegue con lo stesso tono, per arrivare al momento di andare “… a letto non prima di essersi sorbiti una tisana non caldissima, però neanche troppo tiepida.” Finale: “Ma se fosse questa la felicità? Guardo gli habitué dell’albergo riminese come dei missionari: con rispetto ed ammirazione, ma senza avere la forza di imitarli. E neppure la voglia.”

Noi non conosciamo le persone in questione, ma siamo pronti a scommettere che non siano così modeste, così mediocri nelle aspirazioni e nei gusti. Li immaginiamo, logicamente, di una certa età (hanno già collezionato quarantacinque anni di vacanze in Riviera!), forse sono pensionati, ben inseriti nel loro ambiente di vita: vanno spesso al bar dove hanno tanti amici e dove la mattina leggono diversi quotidiani, per poi passare a discutere di politica e di calcio con la stessa veemenza; le loro case non sono aperte solo ai figli o ai nipoti, ma anche ai vicini, con i quali organizzano d’estate delle cene all’aperto; quando iniziarono ad andare in vacanza a Rimini fu piacevole, e sorprendente, trovare quel piccolo albergo (allora si chiamava “pensione”) gestito da una famiglia così disposta ad offrirti tutta la loro amicizia; quella vacanza d’estate è sempre stata un’occasione per far festa, assieme a tanti altri ospiti, italiani e stranieri, lì conosciuti … insomma, una rete di conoscenze preziosa quanto le parentele che ci stanno veramente a cuore, da non cancellare con un colpo di spugna.

Vede, caro Gramellini, probabilmente quei due mattacchioni (così come li ha definiti lei) possiedono delle qualità umane invidiabili: non hanno bisogno di evitare continuamente gli altri, sanno viverci assieme. Che non è cosa da poco.

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