Quando Dante veniva a far baldoria dalle nostre parti!

Quando Dante veniva a far baldoria dalle nostre parti!

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Dante Alighieri primo turista in Romagna

Carissimo Giovannino, ecco una proposta di TURISMO CULTURALE da affidare a “Parliamo di noi”. Vi piace? Saluti. Angelo Chiaretti

 

Una brigata godereccia e spendereccia di giovani fiorentini benestanti ed acculturati decide di sciamare periodicamente in Romagna attraverso i passi appenninici, attratta da quel che resta dell’antica Roma (Romagna=Romania=Piccola Roma), ma anche dal binomio amore-gastronomia, da sempre celebre nelle nostre terre. Vitelloni felliniani ante litteram, ammirano le rovine imperiali e gli splendidi mosaici di Ravenna, conoscono i primi componimenti poetici della fin amor cortese, toccano con mano la protervia delle dinastie emergenti (Malatesta, Da Polenta, Ordelaffi, Manfredi, Bentivoglio, ecc.), si lasciano portare dalle suggestioni del tremolar della marina (Purgatorio, canto I), frequentano le giovani donne dalla mascolina inflessione linguistica, progettano viaggi verso il Medio Oriente costeggiando le agevoli rive del Mare Adriatico. Uno di loro, Dante Alighieri, ne resta così folgorato da proiettarsi completamente nello spirito romagnolo, dicendo di sé Florentinus natione non moribus  (fiorentino di nascita ma non di costumi) ed affermando che gli Alighieri, attraverso il trisavolo Cacciaguida degli Elisei, derivano da antiche famiglie romane, la più antica delle quali è la Gens Anicia, di cui fecero parte, tra gli altri, Santa Vittoria, Santa Anatolia, San Gregorio Magno, Sant’Ambrogio, Severino Boezio, Galla Placidia, l’imperatrice Anicia Giuliana e l’imperatore Giustiniano! Dunque, i fiorentini attraversavano in lungo ed in largo la Romagna come narrano, fra gli altri, Giovanni Boccaccio (1313-1375) e Giovanni Sercambi (1348-1424): in queste nostre terre essi avevano i loro fondaci (magazzini) e banchi di cambio, qui si imbarcavano alla volta del Medio Oriente nei porti di Ravenna, Cesenatico (soprattutto a partire dal 1314, anno della nuova costruzione del porto), Rimini ed Ancona, costeggiando il sicuro e tranquillo Mar Adriatico per compiere il gran balzo verso Gerusalemme, una volta giunti sull’estrema punta meridionale della Puglia.

In Romagna i fiorentini facevano rifornimento di “… bono caseo, salsizoni, lingue et altri salami d’ogni sorte, bischoti bianchi, pani de zucharo et de più sorte de confectione et sopratuto de violeppo (sciroppo dolce n.d.r.) assai perché l’è quelo che tene l’homo vivo in queli extremi caldi. Et così del zenzero sciropato per aconzare el stomaco che fosse guasto per tropi vomiti. Similiter de la cotognata senza spetie et aromatici arosati et garioflati et altre medicine”. Da Firenze e dalla Toscana si giungeva in Romagna attraverso le vallate dei fiumi Foglia, Conca, Marecchia, Montone e Lamone. Così, in quei secoli, dovette echeggiare al di là dell’Appennino, a nord come a sud, ad est come ad ovest, lo slogan “Tutti in Romagna!” Ecco quanto recitava un detto “pubblicitario” romagnolo, molto antico, che tuttora viene ripetuto dalle nostre parti: Remin da navighè, Cesena da cantè, Furlé da balè, Ravenna da magnè, Lug da imbrujè, Faenza da lavurè, Iemula da fè l’amor! (Rimini per andar per mare, Cesena per darsi al canto, Forlì per darsi alla danza, Ravenna per essere golosi, Lugo per combinare qualche imbroglio, Faenza per lavorare, Imola per fare all’amore). Dunque, anche nell’agiata Firenze (ad imitazione di quanto già accadeva nella vicina Siena e pur fervendo quotidianamente i preparativi di guerra fra una città e l’altra) andavano di moda sontuose e piacevoli brigate fra la nobiltà ed il ceto mercantile. Giovanni Villani nella sua Cronica narra che essendo la Città di Firenze in felice e buono stato di riposo e tranquillo e pacifico stato, e utile per li mercatanti e artefici (artigiani) ogni anno per le kalende di maggio (il celebre Calendimaggio fiorentino, per celebrare la bellezza della primavera) quasi per tutta la Città si facean brigate e compagnie di uomini e di donne, di sollazzi e balli, andando per le terre con trombe e diversi stromenti in gioia e allegrezza, e stando in conviti e desinari e in cene […] Nei detti tempi avea in Firenze da trecento cavalieri di corredo e molte brigate di cavalieri e donzelli, che sera e mattina metteano tavola […] e erano ben veduti e non passava per Firenze niuno forestiere, persona nominata e d’onore, che a gara erano fatti invitare dalle dette brigate, e accompagnati a cavallo per la Città e fuori, come avesse bisogna…

Bambaglioli precisa che prodigaliter et fatuate vixerunt, mentre Boccaccio ancora aggiunge: Queste brigate non pensavano se non in godere e in distruggere e in far cene e disinari e in bestialità distrussero di più di dugiento migliaia di fiorini d’oro in male spese. Nel parlarne, non è da meno Benvenuto da Imola, che nel suo Commento alla Commedia di Dante ci ricorda come questi giovani ferrassero d’argento gli zoccoli dei loro cavalli, cuocessero le carni su braci di chiodi di garofano ed altre costosissime spezie, friggendo i fiorini d’oro in una pastella d’uovo, che veniva succhiata per poi sputare i fiorini a terra: faciebant coqui florenos in sapore et illos apponentes ori sugebant et abiciebant! Infine, precisa che chi fra loro avesse risparmiato qualche denaro sarebbe stato dichiarato indegno di far parte della compagnia: et statuerunt quod quicumque expenderet aliquid parce, statim tamquam indignissimum expelleretur de tam liberali sodalitio! (e stabilirono che chi non avesse spesso tutto il denaro disponibile, fosse immediatamente espulso dalla brigata). La nascita di quelle brigate di vitelloni era incentrata sul binomio amore-cibo e la Romagna, già dall’antica età augustea, godeva di notevole fama in tal senso! Il richiamo era irresistibile, anche per la miriade di argomenti che forniva, da trattare una volta rientrati in patria, come sempre accade dopo una stagione di caccia nel mondo femminile. Ecco perché, anche alla luce di quanto Dante riporta all’interno delle sue opere, non abbiamo dubbi nel proclamare l’Alighieri come il primo turista in Romagna, pioniere delle vacanze in riva al Mare Adriatico… La percorrenza dell’asse Firenze-Bologna-Ferrara-Padova gli consente di parlare dei Bentivoglio, signori della città delle torri, di farsi beffa della garrulitas degli Estensi e di esaltare la città sul fiume Brenta, per i suoi argini spessi e forti. Quanto alla linea Firenze-Faenza-Ravenna, passando per Borgo S.Lorenzo e le vallate appenniniche (meravigliose e lussureggianti di verde in primavera-estate, ma minacciose e cupe in inverno), Dante transitò per Marradi, dove si sarebbe svolto il noto scontro con i giovani del luogo, che cercarono di rubargli la bisaccia. Infine a Ravenna ebbe modo di respirare il clima della libertà eroica ed ideale, ripensando all’Alea iacta est  (il dado è tratto), che segnò il rivoluzionario passaggio del Rubicone da parte di Giulio Cesare (Quel che fe’ poi ch’elli uscì di Ravenna \ e saltò Rubicon, fu di tal volo \ che nol seguiteria lingua né penna). Lungo la direttrice Firenze-Forlì, superati S.Godenzo, S.Benedetto in Alpe, l’Acquacheta e la Fonte Reda, come guelfo bianco cercò consolazione nell’antica Forum Livii (Forlì). La vallata del Fiume Savio, poi, da Arezzo attraverso il Passo dei Mandrioli conduce a Cesena, magistralmente ed astutamente inserita dall’Alighieri in una cornice fatta di paesaggio e politica insieme: ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte, tra tirannia e stato franco. Quanto alle vallate dei fiumi Marecchia e Conca, per giungere rispettivamente a Rimini, Riccione e Cattolica, si trattava di percorsi laterali e complementari (e dunque strategici, in quanto meno controllati), a cui facilmente accedere dalle suddette direttrici principali ed incontrandovi città di primissimo ordine, quali Carpegna (sede dell’omonima famiglia, che ha generato anche Malatesti e Montefeltro), San Leo (l’antica Mons Feretri  e capitale del longobardo Regno d’Italia), Pennabilli, Verucchio (citata da Dante a proposito del Mastin Vecchio e del nuovo da Verucchio), Montecerignone, castello di Uguccione della Faggiola, Morciano e Riccione, l’antica stazione di posta chiamata, appunto, Arcione. Di tutti questi spostamenti Dante ha saputo e soprattutto voluto consegnarci efficaci immagini visive ricavate dal paesaggio naturale della Romagna e delle sue città: Bagnacavallo, Bertinoro, Castrocaro, Carpegna, Cattolica, Cervia, Cesena, Classe, Conio, Faenza, Ferrara, Focara, Forlì, Marcabò, Medicina, Meldola, Montefeltro, Prata, Ravenna, Rimini, Urbino, San Leo, Valbona, Verucchio.

Angelo Chiaretti

Presidente del Centro Studi Danteschi San Gregorio in Conca

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