Non è un Paese per Furbi. O forse sì?

Non è un Paese per Furbi. O forse sì?

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I racconti del dopoguerra. Primo episodio. L’autore è un ottuagenario alle prime armi come scrittore. Come tanti suoi coetanei. Ma con un’idea di fondo che pone all’attenzione di tutti… in attesa anche dei vostri racconti, delle vostre testimonianze.

Mi chiamo Biagio Riva e ho ottant’anni suonati (suonato a chi? mi verrebbe da dire), ed è forse troppo tardi per iniziare la carriera di scrittore…  Sicuramente, però, sono in possesso dell’età giusta per ricordare e per documentare l’Italia che rinasce nel dopoguerra, per offrire qualche testimonianza, qualche piccolo racconto. Si tratta di episodi accaduti realmente, magari un po’ deformati, un po’ trasfigurati o mascherati tanto per non incorrere in spiacevoli riconoscimenti. Tutti fatti, però, che puntano – nelle mie intenzioni – a dimostrare qualcosa di preciso, e cioè che l’Italia nel dopoguerra riparte, ricomincia, riproponendo se stessa, pur all’interno di una cornice totalmente nuova. Alla fine della guerra e della dittatura fascista, una vera democrazia si trova ad ospitare la vecchia Italia… di sempre; un’Italia dalla dubbia onestà, patria – ad esempio – della raccomandazione di massa, ma soprattutto marchiata da un efficiente opportunismo, assai diffuso, costruito pazientemente lungo secoli e secoli, e ben documentato dall’antico proverbio… “Franza o Spagna purché se magna!” 

Dunque una serie di episodi, di raccontini, con finalità precise, nella speranza che il Paese di allora non sia, appunto, quello di sempre, ieri come oggi. 

La prima storia che vorrei raccontare  è quella di Mario, povero ma sveglio ragazzo di quei tempi, che viveva ai margini di una cittadina del Nord, come bracciante nelle vicine campagne o come manovale nell’improvvisata e volenterosa ricostruzione edilizia del dopoguerra; una vicenda che inizia  quando gli arriva la chiamata per il servizio militare; Mario, una volta raggiunta la caserma, una delle tante presenti a Roma, cerca con ogni mezzo di trovare al suo interno la migliore collocazione, qualcosa di conveniente per uno come lui che non aveva potuto studiare, ma che si arrangiava a fare un po’ di tutto… astuto e determinato com’era. E così, dopo poco, arriva a ricoprire i panni dell’attendente (in gergo militare gli attendenti erano chiamati “le serve”, tanto per intenderci), cioè del soldato incaricato del servizio personale di un ufficiale, e che finiva spesso e volentieri per fargli lavori di casa, la spesa per le mogli e accompagnare i bimbi a scuola… A volte dovevano provvedere anche al bucato, alla cucina, a rifare i letti, a passare in sartoria per far sistemare vestiti e divise. 

In compenso, gli attendenti, potevano fruire di alcune licenze premio, ma soprattutto di una vita più libera, seppure più servile, rispetto a tutti gli altri impegnati nelle incombenze e nella disciplina strettamente militare. 

Mario, quindi, faceva l’attendente a Roma, ed assieme ad altri due attendenti era al servizio, alle dipendenze di un tenente colonnello, responsabile principale delle mense di quella grandiosa caserma; l’episodio, che dopo tanti anni ha raccontato ai figli, accadde durante un trasloco che riguardava la nuova abitazione dell’ufficiale: in quella giornata, che Mario non dimenticherà più, i giovani attendenti erano tutt’e tre impegnati in quel lavoro, quando il nostro notò che al suo ufficiale era caduto – senza che se ne accorgesse -  il portafogli per terra… portafogli che Mario con un piccolo calcio, quasi istintivo, fece scivolare sotto un automezzo parcheggiato lì vicino! Poi, più tardi, quando sul luogo non c’era più nessuno, il nostro attendente andò a prendere o, meglio, a rubare quel portafogli, che con sua grande sorpresa conteneva una cifra enorme per quegli anni, una cifra sbalorditiva per quei tempi: 300.000 lire!!! E, invece di pentirsi per quello che aveva già combinato, decide scaltramente di non portare il malloppo in caserma, ma bensì presso dei parenti che abitavano nella periferia della città, piccoli contadini, che disponevano di un po’ di orti, al cui interno si trovava una porcilaia: ed è proprio lì che, senza farsi notare dai suoi parenti, nasconde il portafogli con dentro tutti quei soldi. Dopo pochi giorni, il tenente colonnello convoca i tre attendenti per ringraziarli del lavoro che avevano svolto durante il trasloco – senza far nessuno accenno al portafogli sparito – e per annunciare che per loro c’era una vacanza premio: chi voleva poteva andare a casa per cinque giorni! Mario rinuncia, “grazie, ma per solo cinque giorni non mi conviene tornare a casa…” Solo uno dei tre accetta, e l’indomani parte in treno per raggiungere i suoi. E dopo una settimana, quando farà ritorno in caserma, racconterà agli altri due attendenti una cosa molto strana, ma soprattutto dolorosa, che gli era capitata alla Stazione Termini: appena arrivato nell’atrio della Stazione era stato bloccato dalla Polizia e portato dentro i loro uffici, lì era stato spogliato completamente e perquisito minuziosamente, potendo ripartire solo dopo alcune ore, frastornato … senza riuscire a capire il perché di tanto accanimento su di lui… Dei tre, solo Mario fu in grado di intuire le ragioni di quell’agguato ferroviario… Ma si guardò bene dal dire una parola, e aspetto pazientemente dei mesi prima di tornare a casa con la refurtiva. Senza cadere in nessun tranello. Dopo il servizio militare, Mario, con quei soldi acquistò un terreno al suo paese e ci pago tutte le spese necessarie per costruirvi sopra una bella casa.

Solo dopo alcuni decenni raccontò ai figli quella storia, sottolineando che al tenente colonnello arrivava a casa ogni ben di dio, a partire da certi prosciutti, che così grossi non li aveva mai visti in vita sua… Come dire: lui era un furbo ufficiale… e chissà se quel malloppo di soldi se li era guadagnati onestamente, oppure erano il frutto del suo non piccolo potere economico, come gestore di grandi mense, che richiedevano imponenti forniture… Se lui era un grande furbo, Mario non era da meno. Giustizia fu fatta, lasciò capire. Una giustizia, naturalmente, all’italiana. 

 

Biagio Riva

 

La redazione invita i lettori di Parliamo di noi ad intervenire sull’argomento “dopoguerra”, con opinioni, ma soprattutto con racconti, con testimonianze.

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