Non è male ricordarlo in vista dell’8 Marzo. Sono state le donne a fare la fortuna del nostro turismo, con il loro sacrificio, con il loro pragmatismo

Non è male ricordarlo in vista dell’8 Marzo. Sono state le donne a fare la fortuna del nostro turismo, con il loro sacrificio, con il loro pragmatismo

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Facevo parte anch’io di quella numerosissima schiera di ragazzini che negli anni ’50, immancabilmente, a fine scuola andavano a fare i camerieri o i baristi, o in spiaggia ad aiutare i bagnini. Con molta improvvisazione, ma con altrettanto entusiasmo. Mi ricordo il primo giorno in cui andai a lavorare in un albergo, un piccolo albergo, una “pensione”. Tutti i ragazzi di Rimini l’estate lavoravano nel turismo. Eravamo negli anni Cinquanta, favolosi anche quelli: perché pieni di aspettative. L’albergo (o meglio una pensione di terza categoria) che mi aveva trovato mio padre era gestito da una signora – una ” vera donna di Romagna”, tanto per cambiare. E composto da donne era pure il personale alle camere, quello in sala e in cucina. Attività intercambiabili, senza una distinzione rigida dei ruoli: quando “finivano le camere” andavano ad aiutare in cucina. Io, invece, dovevo lavorare al bureau, o meglio ad un piccolo banco posto come ricevimento all’ingresso, e servire in tavola le bibite, ma soprattutto il vino sangiovese o il trebbiano. In quel primo giorno, finito il servizio – assai frenetico ma anche allegro, fatto di battute e sorrisi con i clienti – il personale si fermò a pranzare in cucina. Tutti insieme, con la signora-albergatrice a capotavola. Io scambiai subito sguardi di simpatia con la giovane cameriera, che veniva da Pennabilli. Le altre donne, parlando in dialetto fra loro e con “la signora”, avevano colto al volo – e spiritosamente – quell’interesse nascente. E non dimostravano né malizia, né ostilità.

Tutte lavoravano sodo durante la giornata, e qualcuna aveva anche la forza la sera di andare in giro a ballare. Nel giardino davanti all’albergo i clienti italiani, tedeschi e austriaci, ma anche inglesi e svedesi, non avevano nulla in contrario a ridere e a scherzare insieme.

Dietro la cucina, nel piccolo cortile, capitava ogni tanto di vedere un ‘barbone’ – allora gli emarginati si chiamavano così – mangiare un piatto di lasagne. Era costume di allora non negare ai poveri di passaggio un piatto di pasta.

Io credo che in quegli anni “la gente di Romagna” abbia dato il meglio di sé.

Era partita con l’idea (“rosso fuoco”) di trasformare il mondo… ha finito – più saggiamente – per ospitarlo.

g.g.

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