La storia di una settantenne, chiamata Romagna di nome e Turismo di cognome.

La storia di una settantenne, chiamata Romagna di nome e Turismo di cognome.

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Una vicenda in cui dentro c’è un po’ di tutto, alti e bassi, luci ed ombre, dove il successo si mescola alle difficoltà legate ad una concorrenza inaspettata e intramontabile allo stesso tempo.

Riminesi, romagnoli, non possiamo negarlo, la nostra storia più grande, negli ultimi settant’anni, si chiama Turismo! Una storia che inizia – nel caso di Rimini – con la città quasi completamente distrutta dalla guerra. Si ricomincia da zero, con tutti d’accordo – ‘rossi’, ‘bianchi’ e ‘neri’ – nel ricostruirla puntando sul turismo. Più o meno popolare, ma sempre turismo. Nell’immediato dopoguerra ho abitato per pochissimi anni (ce l’ho fatta, poi, a diventare riminese a tempo pieno) a Fiumicino di Roma, località sul Tevere e sul Tirreno. Lì, negli anni quaranta, costruirono sul lungomare una bella sfilza di ‘case popolari’, ben presto fatiscenti. Avrebbero potuto costruirle da un’altra parte, se avessero capito quanto lavoro offrono le attività legate alle vacanze, al mare, al sole. Rimini quegli errori non li ha fatti… perché aveva già assaporato, prima della guerra, i frutti di quel turismo di massa (o quasi) inaugurato sotto il fascismo. Rimini, già allora, disponeva di un centinaio di discreti alberghi, per non parlare delle pensioni familiari, delle case in affitto, delle grandiose colonie, affollate di ospiti grandi e piccini. Merito del “regime”? Perché, il boom turistico dopo la guerra, è tutto merito delle “giunte rosse”? Diciamo che in ambedue i periodi la città ha creduto – podestà o sindaci in testa – a questa grande risorsa. L’ha assecondata, ha cercato di promuoverla, ma soprattutto ha tentato in tutti i modi di non porre ostacoli al suo sfruttamento… Rimini, allora, è stata lungimirante? Adesso non esageriamo. Nessuno è ‘padreterno’ su questa terra. Infatti, se pensiamo a come è stata costruita la nostra città delle vacanze, scopriremo – ad esempio – che non ha mai avuto un Piano regolatore. Il primo arrivò nel 1965. Quando… i buoi erano già scappati! E pensare che già nel ’45 l’Amministrazione comunale aveva commissionato un piano completo per la ricostruzione! Qualcosa di avanzatissimo che, però, richiedeva troppo coraggio per essere adottato. Pensate, prevedeva anche lo spostamento a monte della ferrovia! E, così, niente piano, niente regole rigide: si lasciò fare alla piccola, piccolissima, iniziativa privata. A quella piccola impresa che oggi tutti dicono sia la ricetta miracolosa dell’Italia che sta in piedi. Chi aveva voglia di lavorare sodo e di emanciparsi trovò, così, un posto al sole. Un proletariato di campagna e di borgata travasò in quel nuovo lavoro tutte le sue doti: la grande capacità di fare, la voglia di stare con gli altri, di servirli… Fu un successo che si tradusse – negli anni – in milioni e milioni di ospiti, da tutta Europa. E nella nascita di migliaia e migliaia di attività sulla riviera – alberghi, pensioni, negozi, chioschi… – che regalarono un benessere che nessuno aveva neppure sognato. Poi la storia come prosegue? In un secondo tempo tutto sarà un po’ più complicato e difficile, a partire dagli anni settanta: soprattutto con la concorrenza vincente delle nuove proposte di vacanza, ovvero con la Spagna che all’improvviso – cioè nel giro di pochissimi anni – diventerà un colosso turistico… a nostre spese. E tanti altri guai od acciacchi. Ma ogni volta la città e la Romagna avranno la forza di reagire. Ed è questa la storia che il Centro di Documentazione cercherà di raccontare.

 

Giuliano Ghirardelli

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