La spiaggia di ieri, in uno dei più bei racconti riminesi: Il nubifragio si può vincere

La spiaggia di ieri, in uno dei più bei racconti riminesi: Il nubifragio si può vincere

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L’autore Ariodante Schiavoncini, autodidatta – classe 1922, scomparso nel 2017 – con i suoi libri ci ha lasciato una testimonianza preziosissima sulla vita proletaria in Romagna. Qui di seguito un ricordo della spiaggia di San Giuliano a Mare (“La Barafonda”) nei primi anni ’30.

Molti anni fa, una villa quasi alla fine di via Carlo Zavagli, ogni estate, era abitata da suore, che accompagnavano dei bambini ciechi, o non vedenti, come si usa dire oggi.

Erano maschietti e femminucce, dai cinque ai 12-13 anni.

Tutte le mattine suore e bambini si recavano in spiaggia, sotto una tenda parasole che un anziano, pescatore durante i mesi invernali e bagnino in estate, innalzava in mezzo all’arenile, di fronte alla via Carlo Zavagli.

Non esisteva difficoltà di spazio, la spiaggia della Barafonda era molto vasta, i forestieri, anche se numerosi si perdevano in quel vasto arenile.

Anche le tende non erano numerose, a quei tempi esistevano strutture balneari che davano in affitto cabine e costumi.

Per noi ragazzi, che stavamo sempre al sole, e quindi neri, come Calimeri, era un passatempo osservare uomini e donne bianchi, come fossero coperti di farina, che il sabato e la domenica affollavano la spiaggia.

Il nostro divertimento era urlar loro dietro (l’è arrivat i cul biench)… nessuno si è mai arrabbiato. Raramente, abbiamo ricevuto risposte cattive.

Per reggere le tende, il bagnino piantava un palo nella sabbia, che aveva alla sommità un puntone di ferro dove infilare un cappio di corda, oppure una robusta asola per sostenere la tenda.

Al lato inferiore della tenda, un robusto bastone, infilato in una resistente orlatura, ma, con una parte sporgente ai due lati, serviva per tenere larga la tela.

Alle due parti sporgenti del bastone, era legata una robusta corda unita a due paletti appuntiti, (i palet) che infissi nella sabbia tenevano tesa la tenda (si diceva, in tirata).

Durante la giornata, seguendo la parabola del sole, il bagnino doveva girare la tenda, togliendo i paletti dalla sabbia, e ripiantarli ancora picchiando con un martello di legno (e’ mazet).

La tenda delle suore era al limite della spiaggia, vicino alla zona paludosa diventata in seguito il deviatore del fiume Marecchia.

Sotto quel telo, i ragazzi e le monache si riparavano dai cocenti raggi del sole.

A gruppi di tre o quattro bambini alla volta, le suore li accompagnavano a bagnarsi e giocare, dove l’acqua era poco profonda.

Erano buffe nel loro improvvisato costume. Sollevavano le lunghe vesti fino alle ginocchia e le fermavano con grossi spilloni, scoprendo così la parte inferiore.

Giocando in acqua con i bambini, si bagnavano le vesti, per asciugarle, si sedevano al sole, fuori dall’ombra della tenda.

Dopo il bagno, ai bambini più piccoli cambiavano i costumi senza nasconderli alla vista dei bagnanti, ai più grandi e alle femmine, li coprivano con grandi teli bianchi.

Noi ragazzini ci fermavamo spesso nelle vicinanze della tenda, ad ascoltare le suore che insegnavano ai bambini canti gioiosi, oppure mentre distribuivano, dopo il bagno, la colazione.

Forse eravamo attratti dall’amore che quelle suore prodigavano a quei bambini infelici e indifesi.

Anche se ancora piccoli, anche noi, intimamente, sentivamo l’ingiustizia che aveva colpito quei bambini. Forse, fermandoci nelle vicinanze, intendevamo portare la nostra solidarietà, anche se sapevamo, non vista.

Era una delle solite mattine in cui noi ragazzi, non ricordo quanti eravamo, stavamo seduti vicino alla tenda.

All’improvviso un pescatore che chiamavamo “e nin”, è arrivato correndo gridando alle suore di portare subito a casa i bambini, mentre toglieva i picchetti e arrotolava la tenda al palo di sostegno.

Si era alzato un leggero vento, all’orizzonte, sul mare, si vedeva una linea scura ma, nulla a un profano poteva far capire l’esistenza di un pericolo.

In pochi minuti il vento è aumentato, dalla spiaggia è iniziata una fuga generale, le bagnine, avvertite per prime, avevano chiuso in fretta il materiale nelle cabine e abbandonato l’arenile.

Il vento continuava ad aumentare, in breve tempo aveva raggiunto una velocità e una potenza tale, che sollevava nuvole di sabbia rendendo difficile la visibilità.

Le suore avevano afferrato per mano e presi in braccio una parte dei ragazzini mentre imploravano i forestieri ancora presenti di aiutarle.

Ognuno dei miei amici ha afferrato per la mano un bambino, io, vista la difficoltà di camminare, ho preso in braccio uno dei piccoli che stava piangendo.

Era sicuramente spaventato dalle grida che udiva, e dalla sabbia che il vento gli scagliava addosso.

Prima di arrivare sulla via Ortigara, causa la violenza del vento, siamo caduti un paio di volte.

Ero preoccupato, temevo di essere colpito da pezzi di legni che coprivano le cabine, da qualche sdraio, o da altro materiale che il vento trascinava con la sua violenza.

Con il bambino stretto al petto, sono riuscito portarmi al riparo dietro il muretto di una villa in via Ortigara, che si affacciava sulla spiaggia.

Non piangeva più, si teneva stretto al mio collo con le braccia e il capo appoggiato sul mio petto.

Una cosa ricordo spesso di quel bambino stretto al mio corpo, non molto più grande del suo, ma, sicuramente più avvezzo ai pericoli, e cosa importante, avevo il dono della vista.

Lentamente il vento diminuiva, ma, nel cielo sembrava avessero aperto tutte le cateratte dei bacini idrici del mondo. E sceso un diluvio che pareva non aver fine.

Sembrava sera, tanto si era oscurato il cielo, illuminato dai lampi seguiti da tuoni fragorosi.

A ogni tuono, per la paura, ci stringevamo sempre di più, distesi dietro quel muretto, sferzati dalla pioggia e tremanti per il freddo.

Siamo rimasti diverso tempo al riparo del muretto, quando ho capito che il pericolo maggiore era passato, sempre con il bambino stretto al petto, mi sono alzato da quella scomoda posizione.

La spiaggia era coperta di spuma bianca, la via Ortigara e l’inizio di Carlo Zavagli invasi da mucchi di sabbia, pezzi di cabine, qualche moscone, sdrai e altro materiale.

Sempre tenendo il bambino in braccio, sono andato nella villa, le suore stavano in ansia perché non tutti i bambini erano rientrati. Ho poi saputo che tutto si è risolto nel modo migliore.

Le suore volevano che mi fermassi per asciugarmi ma, salutato bambino e suore, sono corso a casa. Anche se conosceva la mia capacità di arrangiarmi, la mia mamma era preoccupata per il mio ritardo.

Quel nubifragio, per gli operatori della spiaggia, da Torre Pedrera a Rimini, ha creato enormi danni alle attrezzature, si parlava di mosconi trovati in spiagge distanti vari chilometri, e cabine spazzate via da una tromba marina.

Quando mi viene alla mente quel nubifragio, mi chiedo quale sarà stato il destino di quei ragazzi non vedenti.

Ariodante Schiavoncini

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