La socialità ha traslocato, non abita più qui

La socialità ha traslocato, non abita più qui

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Il grande successo dell’associazionismo, alimentato in gran parte dai pensionati

“Non sono mai stato così preoccupato per la mancanza di partecipazione sociale e politica, la nostra vita attiva è sempre più povera”. Lo dice Antonio Pizzinato, che negli anni ’80 fu segretario generale della CGIL, ed ora racconta la propria delusione e preoccupazione al mensile “LiberEtà”, attribuendo la scarsa partecipazione al cambiamento economico e produttivo che ha frammentato il mondo del lavoro; e per spiegarsi meglio porta l’esempio della sua Sesto San Giovanni: “Era la quinta città industriale in Italia e l’80 per cento dei cinquantamila lavoratori era occupata in quattro fabbriche: Falk, Breda, Ercole Marelli e Magneti Marelli. Il censimento del 2014 ci dice che il 94 per cento dei lavoratori è occupato in aziende con uno o due dipendenti. Ciò significa che non c’è più vita in comune, condivisione delle proprie condizioni…”

E qui, se ne avete voglia, si potrebbe aprire un bel dibattito. Qualcuno potrebbe dire che, sì, è in declino la militanza e la partecipazione alla vita dei partiti e del sindacato, ma che a fronte di tutto ciò è in notevole crescita la presenza degli italiani nella grande galassia dell’associazionismo: dai centri sociali alle associazioni di quartiere, dalle organizzazioni che si impegnano nei vari versanti della solidarietà (nelle lotta contro i tumori o a sostegno dei disabili, o in tanti altri ambiti) a quelle che si dedicano alla cultura o allo sport, senza parlare della cooperazione sociale: si parla di 300mila organizzazioni attive, in crescita del 28% rispetto al censimento 2001, con quasi 5 milioni di volontari…

Magari qualche sezione di Partito chiude, o fa una vita stentata, mentre la gente preferisce legarsi agli altri per scopi ben precisi, raggiungibili, in grado di unire e non di dividere…

In passato nel nostro Paese, diversamente da quanto accadeva nelle nazioni economicamente più avanzate, la militanza nelle organizzazioni politiche era più frequente dell’impegno nelle associazioni che operavano semplicemente nel sociale. Oggi la situazione si è capovolta. I partiti diventano liquidi, mentre la vita sociale si solidifica altrove, in organismi creati dal basso, in molti casi spontaneamente, pure con una certa creatività, per scopi che hanno a che fare con l’interesse della collettività; e la gente vi aderisce anche per uscire dall’isolamento.

E’ un passo in avanti? O due indietro? Perché l’adesione fanatica ad un partito andava bene? “Militare” per essere schierati contro gli altri era bello? 

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