La libertà non è cosa che riguardasse loro

La libertà non è cosa che riguardasse loro

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I racconti del dopoguerra. Quarto episodio. L’autore è un ottuagenario alle prime armi come scrittore. Come tanti suoi coetanei. Ma con un’idea di fondo che pone all’attenzione di tutti… in attesa anche dei vostri racconti, delle vostre testimonianze.

 

Mi chiamo Biagio Riva e ho ottant’anni suonati, ed è forse troppo tardi per iniziare la carriera di scrittore…  Sicuramente, però, sono in possesso dell’età giusta per ricordare e per documentare l’Italia che rinasce nel dopoguerra, per offrire qualche testimonianza, qualche piccolo racconto. Si tratta di episodi accaduti realmente, magari un po’ deformati, un po’ trasfigurati o mascherati tanto per non incorrere in spiacevoli riconoscimenti. Tutti fatti, però, che puntano – nelle mie intenzioni – a dimostrare qualcosa di preciso, e cioè che l’Italia nel dopoguerra riparte, ricomincia, riproponendo se stessa, pur all’interno di una cornice totalmente nuova. Alla fine della guerra e della dittatura fascista, una vera democrazia si trova ad ospitare la vecchia Italia… di sempre; un’Italia dalla dubbia onestà, patria – ad esempio – della raccomandazione di massa, ma soprattutto marchiata da un efficiente opportunismo, assai diffuso, costruito pazientemente lungo secoli e secoli, e ben documentato dall’antico proverbio… “Franza o Spagna purché se magna!”.

C’era pure un’altra eredità del passato, ancor più amara: quella che va sotto il nome di condizione femminile. Bisognerà aspettare gli anni 70 per assistere ad una vera svolta – storica, veramente – nel rapporto fra uomini e donne, fra genitori e figli, fra ragazzi e ragazze.

Storie, allora, spiacevoli e dolorose, come documenta il racconto che segue.

 

Dunque una serie di episodi, di raccontini, con finalità precise, nella speranza che il Paese di allora non sia, appunto, quello di sempre, ieri come oggi.  

 

Il “pacchetto” Anna

 

L’episodio di questa puntata riguarda una ragazza, che per correttezza chiamerò con un altro nome: Anna. A quei tempi aveva pressappoco vent’anni. Anna si era da poco diplomata, come ragioniere, al “Valturio”. Aveva sempre fatto fatica ad uscire di casa, i suoi la controllavano ossessivamente, come accadeva in tantissime altre famiglie. Mai fuori la sera, e se fosse tornata dieci minuti più tardi avrebbero iniziato gli interrogatori. Tutto era molto penoso, soprattutto per il senso di colpa e di imbarazzo che si diffondeva fra tutti i famigliari. Accadde, e non poteva andare diversamente, che il primo ragazzo – che portò a conoscenza dei suoi – fu quello che dovette sposare, dopo il rituale fidanzamento. Ti dico “dovette” perché Anna, qualche mese prima del matrimonio, si dimostrò pentita di quella scelta. Cercò di puntare i piedi, di far leva sulla piccola fiaccola di autonomia che covava dentro di lei. In casa fu il finimondo. Forse la morte di un parente stretto sarebbe stata accolta meno drammaticamente. Anna sposò colui che… doveva sposare. I genitori tirarono un sospiro di sollievo.

Dopo qualche anno quel matrimonio naufragò, alla grande.

Allora le cose andavano così: le ragazze erano come dei “pacchetti”, da trasferire dalla famiglia originaria a quella nuova, messa in piedi dal marito; le giovani dovevano passare da una tutela all’altra, senza intervalli di autonomia, di vita libera. Lo spettro della libertà sessuale agitava le coscienze inquiete dei poveri genitori di quei tempi.

 

Biagio Riva

 

La redazione invita i lettori di Parliamo di noi ad intervenire sull’argomento “dopoguerra” , con opinioni, ma soprattutto con racconti, con testimonianze.

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