La Federazione giovanile dei settantenni. Parte seconda.

La Federazione giovanile dei settantenni. Parte seconda.

Altra data fatale da prendere in considerazione e cercare di capire, al di là delle mitizzazioni, esaltazioni o idealizzazioni è quella del ’68. Vediamo di farlo senza concedere nulla ai luoghi comuni della cultura politica dominante; da bravi settantenni che in buon numero hanno partecipato a quella incredibile ed imprevedibile stagione politica.

Dunque, come si può leggere il Sessantotto? Come una grande occasione sprecata, forse. Moltissimi di noi furono indotti, dalle circostanze, dall’inesperienza e dall’insipienza, ad imboccare delle strade sbagliate, dei vicoli ciechi. Nella stragrande maggioranza dei casi nulla di grave, specialmente dalle nostre parti, in una Romagna laboriosa e pasciuta, oltremodo stanca di quella violenza politica che l’aveva segnata e contraddistinta in passato. Ma un piccolo episodio, che mi è stato raccontato dal protagonista pochi giorni fa, può servire, magari da solo, a capire quei tempi. Si tratta di un giovane di San Mauro che tornato al paese dal servizio militare, proprio nel periodo che va dal ’68 al ’69, vi trova una situazione ed un clima inimmaginabili. Aveva fatto il soldato senza occuparsi più di tanto delle vicende politiche italiane. Appena tornato trova gli amici che lo invitano ad una

particolare spedizione serale: si trattava di andare al Teatro Bonci di Cesena per tirare i pomodori, dall’alto, “ai signori” presenti in platea. Cose che oggi, a distanza, possono anche far sorridere. Ma in realtà non si trattava né di una carnevalata, né di un’iniziativa da goliardi. Era il contributo “paesano”, seppur non eccessivamente violento, a quell’odio di classe che altrove avrebbe offerto frutti ben più amari.

Se tutti quanti – noi appartenenti a quell’armata brancaleone di contestatori, militanti pseudo rivoluzionari, casinari vari – avessimo imboccato un’altra strada, allora neppure intravista, forse oggi avremmo a che fare con un’Italia meno angosciante.

Sarebbe bastato chiedere riforme e cambiamenti in maniere pacifica, rispettosa degli altri, nell’assoluta convinzione che vivere in un regime democratico come il nostro era da considerarsi una fortuna incredibile: che all’interno di esso – senza la scellerata pretesa di abbatterlo (vi ricordate “lo Stato borghese si abbatte e non si cambia!”) – si potevano ottenere tante piccole-grandi cose.

 

Giuliano Ghirardelli

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