Il Mondo che ama Fellini verrà a Rimini. La sua città natale è quasi pronta

Il Mondo che ama Fellini verrà a Rimini. La sua città natale è quasi pronta

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Il Fulgor è rinato, e fra poco aprirà i battenti anche il Museo diffuso a Lui dedicato. Senza dimenticare, ce lo auguriamo, la libera ricerca…

Confessiamolo: c’è il pericolo che Fellini – qui, nella sua città – venga un po’ istituzionalizzato… per necessità. Ed è forse fatale, nelle vicende postume dei grandi artisti, dei grandi personaggi, che nei loro luoghi d’origine – almeno in una prima fase – prevalga l’agiografia, il mito o la leggenda.

Da una parte ci sono – o c’erano stati – i parenti, con le loro legittime cautele, dall’altra le Istituzioni, impegnate seriamente a sostenere ogni iniziativa in suo favore, condizionate da una inevitabile ufficialità…

E’ bene, però, che viva e prosperi anche una libera ricerca, proprio nella sua città, per approfondire e chiarire ulteriormente i legami esistenti tra il grande regista e le vicende umane della sua terra, che hanno ispirato quasi tutti i suoi capolavori.

Anche la sua vita fu un capolavoro

La sincerità e il coraggio, dimostrati continuamente da Federico Fellini nella sua opera, impongono altrettanto anche alla sua città, le impongono di non scadere nell’ipocrisia…

Ad esempio: il ‘film della sua vita’ – altro grandissimo capolavoro – nessuno può ridurlo od emendarlo.

Quando si parla di Fellini a Rimini saltano fuori solitamente due tabù:

il primo è quello sessuale-erotico, il secondo è quello politico: in una città che si entusiasmava per ben altre bandiere, si è sempre parlato poco del Fellini laico e filo-socialista… (quasi fosse stato avverso ed estraneo totalmente alla politica).

Il primo tabù è stato infranto a partire, soprattutto:

- da Sandra Milo nel suo libro (considerato allora scandaloso), pubblicato da Rizzoli (“Caro Federico”)

- da Gianfranco Angelucci nel suo romanzo (molto realistico) “Federico F.”  (Avagliano editore)

- e da Moraldo Rossi “Fellini & Rossi – Il sesto vitellone” (Le Mani – Cineteca di Bologna)

Federico, anche attraverso queste testimonianze, si conferma come un uomo che visse molto liberamente… e che non intralciò la libertà di tutti coloro che gli stavano accanto, che gli vivevano vicino…

Il secondo tabù è quello politico.

Fellini era un romagnolo “anomalo” – grandemente anomalo – non aveva la malattia della politica (il fanatismo e la faziosità non gli appartenevano; non era becero e malevolo come lo sono stati spesso i romagnoli! non era un ultrà!).

Prima, durante il regime, quasi istintivamente era portato ad irridere l’estetica fascista, le parate, le divise, la retorica… (ne furono testimoni i giovani riminesi di allora!); salvo, poi, evitare il servizio militare, grazie all’amicizia con Vittorio Mussolini…

Dopo la guerra, si sottrasse all’imperativo della cultura dominante, che voleva solo film di denuncia sociale (si doveva prendere posizione nella lotta di classe, e soprattutto schierarsi nella ‘guerra civile’ strisciante che divise sempre l’Italia dal ‘45 in poi…). Fellini invece sfornava film che vedevano come protagoniste la povera Gelsomina o la povera Cabiria, due esseri indifesi, vittime della brutalità del genere umano! (lì non c’entravano i padroni, la lotta di classe, i democristiani… il nemico era l’insensibilità, la cattiveria, la brutalità…). Fellini la spuntò egualmente, pur avendo, all’inizio, la critica contro… aveva conquistato il grande pubblico – scavalcando gli opinionisti che dettavano legge – con I Vitelloni. Cosa che gli permise di fare con sempre maggiore autonomia ed autorità i film che voleva, nonostante frequenti e violentissimi contrasti con i produttori!

Nel 1956, all’epoca dei fatti di Ungheria, non mancò, ad esempio, di prendere posizione, e lo fece con la consueta discrezione, ma anche con fermezza.

Il ‘corto circuito’ con la critica avvenne con la Dolce Vita: un film di denuncia, che coglieva in pieno l’Italia in trasformazione… all’Italia contadina si era sostituita l’Italia metropolitana, del benessere luccicante, scintillante, della vita non più da consegnare al sacrificio…

Poi, nel 1966, Fellini si presentò in prima fila, durante la celebrazione dell’Unificazione socialista, quella che riunì Nenni e Saragat: un’unità, un sogno che, però, duro pochissimi anni. Fu l’unica volta in cui il regista dichiarò esplicitamente una sua adesione politica.

Nel 1968, negli anni della “contestazione”, dimostrò una fugace simpatia per i giovani del Movimento Studentesco, per poi rapidamente ricredersi (vedi “Roma” e “Prova d’orchestra”).

Anche lui rimase abbagliato dalla ‘controcultura’ giovanile, almeno all’inizio. Anche lui, a metà anni sessanta, soggiacque al sortilegio del nuovo ad ogni costo, del cambiamento fine a se stesso, del mondo salvato dai ragazzini…

C’eravamo tanto sbagliati…

Siamo nel 1983. Quell’ entusiasmo e quelle illusioni erano sfociate nel caos e nella violenza degli anni ’70 e dei primi anni ’80. Fellini, alla domanda: chi sono i giovani?, risponde con un coraggio e con poche frasi da tenere sempre presenti:

“…Non so chi sono, come sono, non li conosco, non so dove stanno, cosa fanno. Certo, si potrebbe ten­tare di sapere tutto questo, ma non è già abbastanza agghiacciante una necessità del genere? Mi chiedo che cosa sia accaduto a un certo punto, quale razza di maleficio abbia colpito la nostra generazione, per cui all’improvviso si è guardato al giovane come al mes­saggero di chissà quale verità assoluta. I giovani, i gio­vani, i giovani… Sembrava che fossero arrivati con delle astronavi… Sanno tutto, non diciamogli più niente, non confondiamoli con la nostra ignoranza, i nostri errori…

Deve essere stato il desiderio di veder ricomin­ciare tutto da capo e la consapevolezza di essere stati vinti dalla sfiducia in noi stessi che ci ha spinti, scioccamente, a dare le chiavi di tutto a dei ragazzi che non sapevano oltretutto come usarle. E’ affascinante e tremendo quanto è accaduto fra il ‘50 e il ‘70, quando le generazioni che sapevano hanno consegnato il potere a chi era appena uscito dai giochi dell’infanzia. Soltanto un delirio collettivo può averci fatto considerare maestri, depositari di tutte le verità, dei ragazzi di quindici anni. Forse è per la nostra stanchezza di falsi maestri che, di fronte alle macerie di tutte le ideologie, ci è sembrato di non dover più tentare di dir niente…”

(Federico Fellini, Intervista sul cinema)

Negli anni ‘70 e ’80, lui, vagamente socialista, non dimostrò entusiasmo per il ‘fenomeno Craxi’ e per quello ‘berlusconiano’ delle TV commerciali: ma lo fece, come al solito, senza demonizzare nessuno.

Insomma, un intellettuale, un artista… “poco organico”.

Giuliano Ghirardelli

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