Federico Fellini nell’ultima versione, quella del “nonno affettuoso”

Federico Fellini nell’ultima versione, quella del “nonno affettuoso”

Grazie a lui, Rimini è nel cuore di tutti. Però, è vero, Fellini a Rimini ci tornava poco. Tra l’altro, se c’è qualcuno che ha dimostrato quanto sia difficile vivere dentro la propria città d’origine, questi è proprio Federico Fellini. A diciannove anni infatti lasciò la sua, la nostra Rimini, per sempre: conservando però per tutta la vita il sottile rimpianto di non essere stato capace di riallacciare rapporti stabili, tranquilli e continuativi con la sua città. Come accade con certi parenti, per i quali conservi il rimorso di averne perduto i contatti, oltretutto senza un chiaro motivo: pian piano ogni rapporto viene annullato per colpa di una scelta che non ricordi di aver fatto, ma che forse non hai potuto evitare.

Lui era sempre attento a dove metteva i piedi, non voleva farsi incastrare in rapporti falsi, formali, stucchevoli, inadeguati. In più c’era la netta consapevolezza da parte dei riminesi che l’uomo fosse di una intelligenza… sovrumana, in grado di leggerti dentro, di sottoporti ai raggi X ogni volta che l’avvicinavi. Di qui l’imbarazzo ad incontrarlo, a coinvolgerlo nelle vicende cittadine. E pensare che Fellini amava le persone semplici, i rapporti franchi, la gente del popolo! Quante occasioni perse, quindi. A volte lo si vedeva, appunto, in Viale Vespucci, al Caffè delle Rose da Quarto, che gli era diventato amico, come Elio dell’Embassy; oppure attento di fronte ad un banco di libri, magari accompagnato da Giulietta Masina, in una delle sue rare uscite dal Grand Hotel. Rispondeva ai saluti, con calore. Ma poi finiva tutto lì. Come se la reciproca timidezza fosse più forte della grande voglia di parlarsi, di abbracciarsi. E come non abbracciarlo? In tutti i suoi film, dai Vitelloni, alla Dolce vita, a Otto e mezzo, in tutti i suoi capolavori, c’è sempre la nostra città, magari nel confronto con Roma, nel confronto tra i ‘due mondi’: quello della piccola e composta Rimini e quello della permissiva, esuberante e decadente realtà romana. Per poi arrivare al 1973, quando Fellini dirigerà un film che si presentava con un titolo, al suo esordio quasi misterioso: Amarcord… Qualcuno, in Italia, pensò – per assonanza – ad un luogo della Scandinavia… Si trattava invece di una piccola frase (accorpata in un’unica parola) in dialetto romagnolo, che in italiano si traduce così: “io mi ricordo”. Un film-capolavoro, dedicato esclusivamente a Rimini, alla sua Rimini degli anni Trenta. Un omaggio straordinario alla città.

Fellini è scomparso nel 1993 e le ultimissime estati le trascorreva volentieri nel nostro Grand Hotel, magari anche un mese alla volta. Chi ha superato l’imbarazzo e lo è andato a trovare ha scoperto un Fellini estremamente disponibile, quasi desideroso di incontrare quei riminesi che fino ad allora aveva frequentato così poco. Sembrava, qualcuno ha detto, come un “nonno affettuoso”, in attesa di scambiare due chiacchiere rilassanti con chiunque. Peccato non averne approfittato.

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