Una eredità da non tradire

Una eredità da non tradire

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L’epopea dei piccoli alberghi è il nostro romanzo popolare, ovvero una grande lezione di vita.

Viviamo sicuramente in un’altra fase storica. Ci siamo lasciati alle spalle l’epoca in cui sembrava doveroso contestare l’educazione e l’eredita dei padri, dei genitori (i nonni erano “i matusa”, ricordate?). Oggi la complessità del mondo e l’accelerazione tecnologica ci spingono, come una forza centrifuga, prepotentemente verso un futuro decisamente misterioso, lasciando tutti un po’ smarriti. A cosa ci si aggrappa – moralmente – in situazioni come queste se non all’esempio, quasi sempre ammirevole (a capirlo in tempo), che ci hanno lasciato genitori e nonni? E ben ha fatto il Meeting, che si svolgerà a Rimini in agosto, ad intitolare la prossima edizione “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. La frase è di Goethe. Come dire: tutto il meglio di ciò che i padri hanno vissuto come può essere giudicato e riguadagnato?

Rimanendo in Romagna, e ripercorrendo la storia del nostro ’900 e gli sforzi compiuti dalle generazioni precedenti alla nostra, non possiamo non ricordare a noi stessi e ai nostri figli e nipoti, qual è l’eredità che non dobbiamo tradire. Un’eredità che sta tutta dentro la nostra vicenda turistica.

Se il secolo, da noi, si apre con la costruzione del Grand Hotel, il secondo dopoguerra a Rimini ha un nome solo, uno per tutti, un nome simbolo della nuova era turistica: Pensione Rosina.
A costruire il grande albergo – fra il 1907 e il 1908 – fu la Società Milanese Alberghi Ristoranti e Affini – come dire, solidi capitali che dall’esterno vengono investiti a Rimini pensando ad un turismo per pochi, ricchi e abituati da tempo a praticare la villeggiatura.
Mentre la Pensione Rosina, come centinaia e centinaia di altri piccoli alberghi, è l’esatto contrario del primo hotel monumentale della nostra storia turistica: è un piccolo albergo, è stato costruito senza finanziamenti, né esterni né interni, ma con molti sacrifici, in economia, da quella famiglia che poi lo gestirà, di generazione in generazione. Avrà una clientela che viene iniziata al turismo proprio qui da noi: dove i clienti non venivano guardati dall’alto verso il basso, come accadeva altrove, magari a Montecarlo o sulla Costa Azzurra. E dove i prezzi sono sempre stati – incredibilmente – alla portata di tutti.

Quella che dobbiamo ricordare è una storia di cui andiamo orgogliosi. Perché è successo – senz’altro – qualcosa di particolare dalle nostre parti; nel corso di poco più di due decenni, in un periodo che comprende per intero gli indimenticabili anni ’50 e ’60.

Sicuramente qualcosa di esclusivo, se è vero che siamo passati da una Rimini che si presentava solo con il 10 per cento delle case illese (questa era la situazione nel settembre del ’44, quando la città fu liberata dagli Alleati) a una città turistica con più di 1600 fra alberghi, pensioni e locande. Non è la storia di grandi alberghi, di catene alberghiere. E’ la storia – se così si può chiamare – di un “grande travaso”. Qualcuno parlò di “esodo”, ma è meglio parlare di “travaso”. Dovete pensare ad una cittadina senza industrie, con alle spalle una campagna povera, abitata e lavorata da migliaia di famiglie di mezzadri. Appena inizia la ricostruzione, appena si incomincia ad intravedere un’opportunità di lavoro nel turismo, prende il via l’emigrazione dalle campagne. Con un piccolo gruzzolo e tanta disponibilità a faticare. Crescono lungo la spiaggia tante abitazioni che anno dopo anno si trasformano in una miriade di piccoli alberghi, costruiti tenacemente in proprio o in economia, firmando tante cambiali che sarebbero state onorate nelle stagioni successive, confidando nella simpatia che sempre più turisti provavano per quella nuova e sorprendente accoglienza.

Scoppiarono stagioni di grande entusiasmo, turisti da tutta Europa scoprivano il nostro mare, la nostra spiaggia, queste case così accoglienti, l’allegria dell’ambiente, i prezzi che non temevano concorrenza… Un mondo, una storia millenaria era finita, e tutto si era trasformato e “travasato” in una nuova realtà, cambiando completamente pelle. Era successo in tante parti del nostro paese, ma da noi accadeva in un certo modo, con un certo esito: altrove tanta gente lasciò le campagne e i lavori più duri, verso le fabbriche del nord o le ricche città d’oltreoceano. Da noi, invece, un popolo di mezzadri, piccoli coltivatori, pescatori e marinai si trasformò rapidamente – ed impetuosamente – in uno stuolo di piccoli imprenditori dell’ospitalità.
Mancavano i capitali? Non mancava certo la voglia di lavorare e la competenza su tante cose. E così, già nel 1963, gli alberghi a Rimini erano più di 1300. In meno di quindici anni erano sorti 1000 esercizi alberghieri!! Tante “pensioni Rosine”, piccole strutture, nuove, linde, semplici, in cui non c’era nulla di superfluo. Ma c’era tanta aria di festa: i clienti felici di essere accolti così devotamente, la famiglia dei gestori incredibilmente soddisfatta per essersi lasciata alle spalle storie di ordinaria miseria e fatica. Poi gli alberghi sono diventati più moderni, più adeguati, ma è cresciuta impetuosa e travolgente anche la concorrenza, da tutte le parti del mondo; ma anche la capacità di sacrificarsi e di assumersi delle responsabilità a volte vacilla. E a cosa devono far riferimento le nuove generazioni? Sicuramente alla cultura, alla capacità di dominare le nuove tecnologie ma anche e soprattutto a quell’eredità depositata dai genitori, intrisa di sacrificio e spirito di accoglienza. Sì, proprio quella vecchia accoglienza, così spontanea e calorosa. Che non era folclore da dopoguerra. Lì dentro c’era e c’è tanta saggezza: il segreto di un successo che può durare all’infinito.

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