Donne di Romagna. Parte seconda

Donne di Romagna. Parte seconda

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Sono state le donne a fare la fortuna dei piccoli alberghi romagnoli

Fine anni ’50, alla vigilia del boom. Mi ricordo il primo giorno in cui andai a lavorare in un albergo, un piccolo albergo, una “pensione”. Tutti i ragazzi di Rimini l’estate lavoravano nel turismo. Eravamo negli anni Cinquanta, favolosi anche quelli: perché pieni di aspettative. L’albergo che mi aveva trovato mio padre era gestito da una signora: una “vera donna di Romagna”, tanto per cambiare. E composto di donne era pure il personale alle camere, in sala e in cucina. Attività intercambiabili, senza una distinzione rigida dei ruoli: quando “finivano le camere” andavano ad aiutare in cucina. Io, invece, dovevo lavorare al bureau, o meglio ad un piccolo banco posto come ricevimento all’ingresso, e servire in tavola le bibite, ma soprattutto il vino sangiovese o il trebbiano. In quel primo giorno, finito il servizio -   molto frenetico ma anche allegro, fatto di battute e sorrisi con i clienti – il personale si fermò a pranzare in cucina. Tutti insieme, con la signora-albergatrice a capotavola. Io scambiai subito sguardi di simpatia con la giovane cameriera, che veniva da Pennabilli. Le altre donne, parlando in dialetto fra loro e con “la signora”, avevano colto al volo – e spiritosamente – quell’interesse allo stato nascente. E non dimostravano né malizia, né ostilità. Tutte lavoravano sodo durante la giornata, e qualcuna aveva anche la forza la sera di andare in giro a ballare. Nel giardino davanti all’albergo i clienti italiani, tedeschi e austriaci non avevano nulla in contrario a ridere e a scherzare insieme.

Dietro la cucina, nel piccolo cortile, capitava ogni tanto di vedere un ‘barbone’ – allora gli emarginati si chiamavano così – mangiare un piatto di lasagne. Era costume di allora non negare ai poveri di passaggio un piatto di pasta.

Io credo che in quegli anni “la gente di Romagna” abbia dato il meglio di sé.

Giuliano Ghirardelli

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