“Così distinto, così perbene!”

“Così distinto, così perbene!”

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I racconti del dopoguerra. Sesto episodio. L’autore è un ottuagenario alle prime armi come scrittore. Come tanti suoi coetanei. Ma con un’idea di fondo che pone all’attenzione di tutti… in attesa anche dei vostri racconti, delle vostre testimonianze.

 

Mi chiamo Biagio Riva e ho ottant’anni suonati, ed è forse troppo tardi per iniziare la carriera di scrittore…  Sicuramente, però, sono in possesso dell’età giusta per ricordare e per documentare l’Italia che rinasce nel dopoguerra, per offrire qualche testimonianza, qualche piccolo racconto. Si tratta di episodi accaduti realmente, magari un po’ deformati, un po’ trasfigurati o mascherati tanto per non incorrere in spiacevoli riconoscimenti. Tutti fatti, però, che puntano – nelle mie intenzioni – a dimostrare qualcosa di preciso, e cioè che l’Italia nel dopoguerra riparte, ricomincia, riproponendo se stessa, pur all’interno di una cornice totalmente nuova. Alla fine della guerra e della dittatura fascista, una vera democrazia si trova ad ospitare la vecchia Italia… di sempre: un’Italia dalla dubbia onestà, protagonista di storie amare e dolorose, come il seguente racconto.

Dunque, una serie di episodi, di raccontini, con finalità precise, nella speranza che il Paese di allora non sia, appunto, quello di sempre, ieri come oggi.  

 

L’episodio che vi voglio raccontare ora ha a che fare con l’Italia dei “ladri di biciclette”, quell’Italia indigente del dopoguerra, in un periodo che comprende gli anni Quaranta e investe gran parte del decennio successivo.

L’ Italia senza una lira in tasca, potremmo chiamarla così.

Nella mia cittadina c’era proprio al suo centro, ma in maniera quasi appartata, una rocca, un castello quasi diroccato, divenuto prigione nel dopoguerra e di fatto abbandonato al suo declino. E lì di fronte si svolgevano periodici mercati, anch’essi per la povera gente (i signori compravano altrove): un ritrovo molto vivo, ma anche molto modesto. Oggi il Castello, riportato agli splendori rinascimentali, è oggetto di visite da parte di tanti turisti. Era la dimora, qualche secolo fa, di una delle Signorie più importanti d’Italia. Ma nel dopoguerra, nella sua polverosa piazza antistante, gli abitanti del tempo si arrangiavano alla meglio per campare.

E proprio davanti a questa fortezza scalcinata facevano bella mostra di sé una serie di vecchi camion, in gran parte residuati bellici: appartenevano ai poveri autotrasportatori di allora, che lì aspettavano i clienti, per un trasloco di masserizie o per un carico di legna o di carbone necessario per il riscaldamento.

Quella volta – e qui inizia il racconto – eravamo in piena estate e i camionisti in attesa sostavano sotto un logoro ombrellone, ovvero l’ufficio di un’improvvisata cooperativa. In quella focosa giornata di agosto, già di prima mattina, arrivò un cliente, una persona elegante a bordo di una Mercedes. Un facoltoso e potenziale cliente. Scese dall’auto e passò come in rassegna a quei vecchi camion, poi ne scelse uno e chiese di chi fosse al responsabile della cooperativa. E individuatolo gli avanzò subito la sua richiesta: “Sono un antiquario e devo faro un carico di mobili antichi a Roma e riportarli qui in serata. Ma vedo che il vostro camion non ha il telone, sarebbe invece necessario per proteggere i mobili dal solleone…”

“Non si preoccupi, signore – rispose prontamente il camionista – il telone ce l’ho a casa. E la strada che porta a Roma passa proprio davanti a casa mia, a Corpolò. Se vuole possiamo partire subito!”

I due concordarono il prezzo (una cifra non indifferente) e senza perdere tempo partirono: lui con il suo vecchio autocarro e l’altro, al seguito, con quella automobile scintillante. Arrivati a casa del camionista, il signore così distinto fu accolto con tutti gli onori dalla moglie che, compresa la buona e provvidenziale occasione per la famiglia, si prodigò in tutti modi, offrendo anche da bere qualcosa di fresco.

Prima di ripartire con tanto di tendone, il signore che avrebbe continuato a viaggiare con la sua Mercedes avvisò il camionista: “Tu vai pure avanti, che poi ti raggiungo al Passo di Via Maggio, dove ci fermeremo per il pranzo, e tu sarai mio ospite! Io devo fermarmi prima, per strada, per alcune commissioni; poi ti raggiungo per andare insieme in quel ristorante in cima al Passo”.

Il camionista partì contento per la giornata e per il guadagno che si prospettava… ma anche per il pranzo in un ristorante (durante i viaggi di una giornata di solito ci si accontentava di un panino). E così, giunto in cima al Passo, si fermò ad attendere il signore in Mercedes, proprio di fronte al ristorante che lui aveva sempre visto… dal di fuori, però.

Ma con sua grande sorpresa, l’attesa si prolungò oltremodo. Erano già passate due ore da quando era arrivato lì. E a quel punto decise di tornare indietro, per capire cosa fosse successo al suo ricco cliente, a quale imprevisto era andato incontro. La prima sosta, logicamente, la fece a casa sua, prima di tornare alla base, nella piazza del Castello. Appena entrato in casa la moglie lo accolse con stupore, e con grande meraviglia gli chiese subito:

“Ma come, non sei andato a Roma? Non sei riuscito ad accomodare il camion?”

Il marito allibito, adirato, frastornato chiese spiegazioni, non riuscendo a capire di cosa parlasse la moglie… Allora lei gli racconta che… “ un’ora dopo la tua partenza è venuto qui quel signore per dirmi che avevi avuto un guasto pesante per strada…  che avevi bisogno subito di trecentomila lire per riparare il camion, per poter ripartire per Roma in modo da non perdere il tuo lavoro…”

“Ma cosa dici ?!?”

“Sì, è venuto proprio lui a dirmi che c’era molta fretta di riparare il camion e ripartire… e così io sono corsa subito da tutti i tuoi parenti, ma anche da Paolo e da Aldo, per rimediare quei soldi. Ce l’ho messa tutta e dopo un po’ sono riuscita a dargli quella somma.  E lui è partito in fretta a portarteli…”

La somma, ingente per quel periodo, gettò la famiglia nella disperazione. Una famiglia truffata da un signore… così distinto!

Biagio Riva

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