Per capire le periferie italiane, due film di successo.

Per capire le periferie italiane, due film di successo.

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“Come un gatto in tangenziale” e “Dogman”, due capolavori

in due generi diversi, utilissimi per ragionare sull’Italia d’oggi.

A volte basta pensare a “Il sorpasso”, il film di Dino Risi del 1962 e di come fu trattato allora dalla critica: come un film leggero in tutti sensi; mentre oggi è ritenuto unanimemente un capolavoro, uno degli affreschi più rappresentativi dell’Italia del boom economico di quegli anni, turismo compreso. Oggi invece due nuovi film, uno drammatico, l’altro ispirato al genere “commedia all’italiana”, sono stati immediatamente accolti e classificati come interpreti preziosi della nuova realtà italiana, nonché piccoli o grandi capolavori; il primo “Dogman” diretto da Matteo Garrone, il secondo “Come un gatto in tangenziale”, con la regia di Riccardo Milani. Ambedue hanno al centro la vita di periferia, a volte difficile e violenta, a volte triste e indecifrabile. Dogman, il film tragico, offre una visione amara dell’Italia dei nostri tempi: il paesaggio – ossia la credibile angosciante indefinibile tristezza delle nostre periferie, così come vengono rappresentate in questa pellicola, senza esagerarne nessun aspetto – soffocante al pari della violenza fra le persone, inquietante come il paesaggio umano. Nel mistero di quelle immagini e di quelle luci c’è la grande straordinarietà del film. Ispirandosi liberamente ad uno dei casi di cronaca più cruenti del nostro passato recente, la vicenda del Canaro della Magliana, il regista racconta un’Italia diventata terra di nessuno, dove l’abbrutimento culturale e sociale ha allontanato i cittadini non solo dal benessere ma anche dalla solidarietà umana più elementare.

Mentre Come un gatto in tangenziale accanto alle situazioni comiche e agli intrecci tipici della commedia tradizionale, affianca sempre, con ironia, una pungente e talvolta amara satira di costume, che riflette l’evoluzione della società italiana dei nostri tempi. Giovanni, un intellettuale, borghese raffinato (interpretato da Antonio Albanese) lavora in una istituzione di alto livello che si propone di riqualificare le periferie italiane; con la sua ex moglie Luce – una snob che coltiva lavanda in Provenza – segue da vicino la figlioletta tredicenne Agnese, impegnandosi entrambi in un’educazione d’alto livello, pure progressista, ispirata all’uguaglianza sociale. Ma quando Agnese rivela a Giovanni la sua cotta per Alessio, un quattordicenne della borgata romana Bastogi tristemente nota per il suo degrado lì cominciano i guai. Quando dalla teoria si passa alla pratica, alla realtà vera, i genitori progressisti rimarranno come terrorizzati, a partire dal momento in cui Giovanni seguirà la ragazzina fino alla casa dove Alessio – il coatto con i capelli mezzo rasati – abita insieme alla mamma Monica (Paola Cortellesi)… Due film che potrebbero permettere dibattiti senza fine, sul nostro Paese, sull’immigrazione, sull’economia incerta e sulla “falsa coscienza” di chi si reputa – solo a parole – paladino degli ultimi.

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