Un anno che ne valeva dieci

Un anno che ne valeva dieci

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Fra poco saremo chiamati – noi settantenni (un po’ di meno o un po’ di più) – ad emettere un giudizio su di un fenomeno che abbiamo visto e vissuto da vicino: nel 2018 saranno trascorsi esattamente cinquant’anni da quel fatidico 1968. Attendiamo anche le vostre riflessioni, ricordi o testimonianze. Partiamo da Rimini.

Nella storia degli ultimi cinquant’anni c’è un altro grosso fenomeno spontaneo, che nessuno aveva previsto e che scosse non poco la politica e il costume di questa città. Fu qualcosa, però, che avvenne dappertutto, in Italia ed in Europa, come se si trattasse di un grande evento naturale. Sto parlando del ’68, il mitico Sessantotto, l’anno della contestazione, del movimento studentesco, della ribellione giovanile… Sembrava tutto Politica, in realtà fu qualcosa che cambiò i rapporti fra i sessi, i ruoli nella famiglia, l’autonomia dei giovani… Ora qualche giovane – ammettiamo di essere interrogati da una ragazza d’oggi – ci chiederà: ma cosa c’era da cambiare di così grave ed importante?

Ti rispondo: tu sei stata una ragazza sempre libera, fin dall’adolescenza; a casa dei tuoi genitori – dove vivrai ancora per diversi anni – porti chi vuoi, senza problemi; fai le vacanze con un gruppo di amiche e di amici e nessuno più si scandalizza se non pensi al fidanzamento (ma quale fidanzamento?!)  o al matrimonio… tutte cose che si vedranno con calma, e che, comunque, non devono intaccare la tua autonomia, la tua dignità, il tuo lavoro. Dico bene? Beh, sappi che fino a pochi anni fa la musica era diversa.

Ti voglio raccontare, a questo proposito, tre piccoli episodi (veri veri), che ho ben in mente, e che riguardano la vita di tutti i giorni di un passato recente, quello degli anni ’50 e ’60, prima del fatidico Sessantotto.

Il “pacchetto” Anna

Il primo episodio riguarda una ragazza, che per correttezza chiamerò con un altro nome: Anna. A quei tempi aveva pressappoco la tua età di oggi. Anna si era da poco diplomata, come ragioniere, al “Valturio”. Aveva sempre fatto fatica ad uscire di casa, i suoi la controllavano ossessivamente, come accadeva in tantissime altre famiglie. Mai fuori la sera, e se tornava dieci minuti più tardi iniziavano gli interrogatori. Tutto era molto penoso, soprattutto per il senso di colpa e di imbarazzo che si diffondeva fra tutti.

Accadde, e non poteva andare diversamente, che il primo ragazzo che portò a conoscenza dei suoi fu quello che dovette sposare, dopo il rituale del fidanzamento. Ti dico “dovette” perché Anna, qualche mese prima del matrimonio, si dimostrò pentita di quella scelta. Cercò di puntare i piedi, di far leva sulla piccola fiaccola di autonomia che covava dentro di sé. In casa fu il finimondo. Forse la morte di un parente stretto sarebbe stata accolta meno drammaticamente. Anna sposò colui che doveva sposare. I genitori tirarono un sospiro di sollievo.

Dopo qualche anno quel matrimonio naufragò, alla grande.

Allora le cose andavano così: le ragazze erano come dei “pacchetti”, da trasferire dalla famiglia originaria a quella nuova, messa in piedi dal marito; le giovani dovevano passare da una tutela all’altra, senza intervalli di autonomia, di vita libera. Lo spettro della libertà sessuale agitava le coscienze inquiete dei poveri genitori di quei tempi.

Quelle spedizioni punitive, di notte, dopo Piazza Tripoli

Anche il secondo episodio ha a che fare con il sesso, ed è collocabile alla fine degli anni ’50. Alcuni giovani, neppure ventenni, tutti riminesi, si vantavano – e questo accadeva nei mesi estivi – di partecipare a dei raid punitivi contro gli omosessuali che stazionavano solitamente nei pressi di Piazzale Tripoli.

Logicamente, i baldi giovani usavano altri termini: parlavano di “froci”, di “checche”, di “finocchi” da mettere in riga… Teatro di queste operazioni notturne era la marina, sicuramente la spiaggia, a due passi da Piazza Tripoli, dove allora terminava il lungomare. E il giorno dopo, quegli indomiti giustizieri mostravano agli amici – quelli meno coraggiosi, che non partecipavano – i segni delle varie colluttazioni. Era la prova della loro virilità e spregiudicatezza. Si trattava di lividi, e anche di morsi (così dicevano loro). Anche se agli ignari osservatori dei postumi di quelle bravate rimanevano sempre dei dubbi sulla dinamica di tali incontri-scontri. E al di là di come fossero andate veramente le cose, veniva sancito e rafforzato il principio e la regola che i “froci” andavano picchiati e calpestati come vermi.

Un particolare: non si trattava di giovani riminesi appartenenti alle classi emarginate, ma di buoni figli della media e piccola borghesia.

Alla Chiesa del Suffragio, come in un film di Alberto Sordi

La terza scena ha, invece, come protagonista un altro tema fondamentale di quel periodo: il posto fisso in un ente locale, in un ente pubblico o in una banca. C’era chi, per raggiungere questo obiettivo, puntualmente tutte le domeniche mattina andava a messa nella Chiesa del Suffragio. A pregare? No. A mettersi in bella mostra, e a farsi notare dall’immancabile direttore del personale del maggiore istituto di credito cittadino (che fosse la Cassa di Risparmio?). Lo stesso personaggio, per rafforzare la propria posizione, aveva preso anche la tessera della Democrazia Cristiana.

Attenzione: anche le tessere degli altri partiti potevano essere utili per entrare in qualche ente locale o statale o parastatale. Infatti molti giovani, non sapendo che pesci pigliare, non avendo un’idea precisa su come sistemarsi nella vita, ricorsero alle “vie della politica”: comunisti, socialisti, repubblicani, socialdemocratici, ecc. ecc. ma anche alla parrocchia, al vescovo, insomma, tutti potevano, volendo, fare qualcosa.

La corruzione, la piccola raccomandazione, la “lottizzazione” dei posti pubblici (cioè quelli garantiti, meglio remunerati e assai meno faticosi rispetto ai posti nelle aziende private) erano una pratica diffusa come l’aria da respirare. Tutti lo sapevano e ognuno faceva finta di niente. La nostra generazione fu coinvolta massicciamente da questa prassi (salvo, poi cercare di riscattarsi, o scrollarsi di dosso il condizionamento, il sottile ricatto politico…).

Con i tre episodi che ti ho raccontato puoi farti un’idea della nostra città degli anni ’50 e ’60, augurandomi che la tua vita oggi sia meno meschina di quella che capitò di vivere a noi in quel periodo. Se così è, un modesto ringraziamento lo devi rivolgere anche al movimento di ribellione del Sessantotto, che rese insopportabili quelle ed altre situazioni.

Le ragazze uscirono dal loro guscio, prepotentemente: un movimento giovanile di massa le incoraggiava a non farsi considerare come “pacchetti”. Anche i meno giovani furono coinvolti nella rivendicazione di una vita fatta di scelte più dignitose. E senza discriminazioni sessuali.

Fu come un incendio che puntava ad investire – uscendo dalla scuola – ogni aspetto negativo della nostra società. Non c’era tabù che potesse fermarlo. Perfino la speculazione edilizia fu presa di mira, con tanto di nomi e cognomi. Logicamente fu solo sfiorata, ma nulla rimase più come prima: quel velo di ipocrisia che aveva da sempre ricoperto la corruzione, e il clientelismo, era diventato molto più sottile.

Si trattò, in sintesi, di una vera e propria ‘rivoluzione culturale’, di costume, che accelerò l’emancipazione femminile e giovanile, soprattutto.

Lo sviluppo economico e sociale avrebbe, forse, portato gli stessi risultati, ma con qualche anno o decennio di ritardo. Il ’68 fu un corso accelerato di liberazione, una scarica di adrenalina che produsse, in chi vi partecipò, una crescita del proprio ‘tasso di coraggio’ senza precedenti.

Ma se mi fermassi qui, darei di quegli anni una versione edulcorata: anzi, fondamentalmente falsa.

Devi sapere, cara ragazza, che durante gli “anni caldi”, benché la Politica fosse nel cuore di molti, ad impegnarsi e ad agitarsi era pur sempre una minoranza. Molto rumorosa, ma egualmente una minoranza, a fronte della stragrande maggioranza delle persone che continuavano il loro tran-tran normale. Nonostante questo, il movimento del ’68 abbracciò, in una seconda fase, una visione politica rivoluzionaria, segnata pesantemente dall’estremismo. I militanti di allora non erano preoccupati del silenzio delle masse: veniva interpretato come una sfida che loro, le avanguardie, dovevano accettare. E invece si trattava di una sconfessione. Alla gente piaceva l’idea di rinnovare la società, così come era stata avanzata all’inizio del Sessantotto: chi non avrebbe voluto cambiare la vecchia scuola, o denunciare e sconfiggere la corruzione, o annullare le assurde discriminazioni sessuali o mettere alle corde la speculazione edilizia? Agli italiani e ai riminesi, nella loro stragrande maggioranza, non piaceva, invece, la prospettiva di raggiungere tutto ciò attraverso continue violenze politiche. E così, ancora una volta, riemerse in Italia la vocazione estremistica, quella vocazione che nella storia nazionale aveva procurato tanti guai.

Giuliano Ghirardelli

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