Ai “vitelloni” processati in pubblica piazza non è andata proprio male!

Ai “vitelloni” processati in pubblica piazza non è andata proprio male!

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Parte seconda

In realtà il Processo (il ventesimo della serie) ai Vitelloni non si è tenuto in piazza ma all’interno della Torre, ovvero a Villa Torlonia, all’estremo limite di San Mauro Pascoli; in una imponente costruzione al centro di quella che fu la grande tenuta agricola dei Torlonia, un tempo amministrata dal padre di Giovanni Pascoli, Ruggero. Questo speciale Processo è nato nel 2001 dall’idea di riaprire il caso sull’omicidio del padre del Poeta, Ruggero Pascoli, assassinato in un agguato il 10 agosto del 1867. Dopodiché, il 10 agosto di ogni anno, alla Torre si sono tenuti altri Processi, su personaggi o fenomeni che hanno fatto la storia della Romagna (e non solo): il Passatore di Romagna, la cucina romagnola, Mussolini, Mazzini, Secondo Casadei, Garibaldi, Togliatti, Badoglio, il Romagnolo, Cavour, Processo d’Appello Pascoli, il Rubicone, Pellegrino Artusi, il ’68, Giulio Cesare, la Rivoluzione Russa, le Marce su Roma, Machiavelli. E il 10 agosto di quest’anno il personaggio portato a giudizio è stata la figura del “vitellone”, immortalato nel capolavoro cinematografico di Federico Fellini (ricordate Alberto Sordi nel film “I vitelloni”? non lavora e si permette pure di lanciare sberleffi ad un gruppo di operai… ricordate la pernacchia e il suo gesto dell’ombrello?).

A guidare l’accusa, in quella serata, è stata la giornalista de Il Manifesto Daniela Preziosi, mentre la difesa è stata affidata a Gianfranco Angelucci, scrittore e sceneggiatore, storico collaboratore di Fellini.  Il verdetto di questo particolare Processo viene sempre emesso dal pubblico presente, munito di paletta. 

Sapete come è andata?  Nessun condannato, nessun assolto. Per la prima volta nella sua ventennale storia, il verdetto della giuria popolare, si è concluso con un pareggio: 219 voti per l’accusa, 219 voti per la difesa.

La Preziosi era stata veemente nell’attaccare la figura del vitellone:

“…Non demonizzo il film che ha tanto ancora da dire ma la figura del Vitellone: un giovane di provincia, ozioso e indolente, che passa il tempo in divertimenti, privo di aspirazioni. Fellini ne prende le distanze e ci indica i capi di imputazione. Il grande regista è dunque il teste principale dell’accusa… i Vitelloni restano un monumento alla peggio gioventù maschile, regredita al comodo eterno stato infantile, mammoni e traditori, bandiere di un’inconcludenza che è indifferenza…”

Le argomentazioni della difesa erano state meno tribunizie, più sottili. Gianfranco Angelucci, in sintesi aveva sostenuto: “…Sono pesanti le accuse mosse ai Vitelloni. Fellini diceva ‘parla di quello che sai senza ideologie’: penso che l’approccio ideologico debba essere rigettato. Io non difendo il Vitellone ma lo elogio: è l’archetipo dilatato dell’Italia, un eroe del nostro tempo. La società ci rende ingranaggi di un sistema, il Vitellone esce dagli schemi. È un non integrato, un individualista che risponde solo a sé stesso, i legami del sangue vengono prima di tutto. È un sentimentale con le donne, le fa piangere ma lui piange insieme a loro. Il Vitellone non vince guerre perché non le fa e non le provoca…”.

 

Chissà cosa vorrà dire questo imprevisto e stimolante verdetto di parità? Che non possiamo spiegare un fenomeno senza metterlo in relazione al periodo storico in cui si verifica? Cercare di capire, a volte, è più importante di denigrare. Si fa presto a dire con una smorfia sul viso: vitelloni! bamboccioni! mammoni!…

 

Biagio Riva

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